martedì 15 gennaio 2008

Emergenza rifiuti

Cari amici,
oggi vi vorrei segnalare quest'articolo del nostro Vescovo, mons. Michele De Rosa, sull'emergenza rifiuti, apparso sulla pagina diocesana del Sannio.
A me è piaciuto molto perchè fuori dal coro e molto-ma-molto ragionato.
Raramente mi è capitato di condividere parola per parola un articolo di giornale, come questa volta...
Anche Avvenire lo ha pubblicato domenica scorsa.
Leggetelo e, se potete, diffondetelo.... perchè è molto istruttivo circa l'atteggiamento giusto con cui affrontare queste questioni che ci toccano tutti molto da vicino.

alla prossima







ANCHE NEL MIO CORTILE

di mons. Michele De Rosa

Il Consiglio dei Ministri dell’8 gennaio 2008 ha nominato l’ex capo di polizia, dott. Gianni De Gennaro, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, per un periodo di quattro mesi, nella speranza che dopo subentri l’amministrazione ordinaria che compete ai Comuni, alle Province e alla Regione.

Abbiamo assistito in questi anni allo scaricabarile delle responsabilità e al coro degli improperi contro i politici e i nostri governanti con la richiesta, come sempre avviene in questi casi, delle dimissioni.

In qualità di pastore di una comunità diocesana della Campania mi sono chiesto in questi anni: ma noi, semplici cittadini, potevamo fare qualcosa per contribuire, nel nostro piccolo, al superamento dell’emergenza rifiuti? Siamo nel giusto, in un atteggiamento collaborativo con i governanti che ci siamo scelti, quando chiediamo strade pulite e poi contestiamo tutte le decisioni di chi è deputato a prenderle se toccano il nostro cortile?

I politici hanno certo le loro responsabilità ma i cittadini della Campania non sono immuni da colpe.

L’atteggiamento che molti cittadini della Campania (non dimentichiamo la situazione virtuosa di Salerno città frutto della sinergia tra Comune, società pubbliche e Consorzio di bacino, e in parte della Provincia di Benevento) hanno avuto in questi anni relativamente al nostro problema è una manifestazione del fenomeno ormai diffuso in tutto il mondo sviluppato, noto come “Nimby”, acronimo inglese per “Not in my back yard” («non nel mio cortile »).

Si legge su Wikipedia, l’enciclopedia libera di Internet: “Nimby è un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite come, ad esempio, grandi vie di comunicazione, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili”. Questo atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, e comunque possibili, gli oggetti del contendere, ma contemporaneamente nel non volerli nel proprio territorio temendo negativi impatti ambientali.

Le caratteristiche del Nimby sono soprattutto il localismo ( « non si contesta la legittimità delle opere, ma la loro collocazione ») e l’irrazionalità, come sottolinea ( n. 3) il “Messaggio dei Vescovi della Campania ai propri fedeli e agli uomini di buona volontà in difesa dell’ambiente”. Alla sua base poi ci sono due fatti opposti e correlati: la crisi della politica e la crescita dei movimenti localistici.

L’ostilità nei riguardi dei governanti affonda le sue radici nella convinzione che non è possibile cambiare in meglio lo stato delle cose con lo strumento politico perché il voto dei cittadini non vale nulla. Le decisioni vengono ormai prese da un nuovo moloch, costituito da forze impersonali, quali la globalizzazione e la tecnologia che rendono impossibile da parte del singolo il controllo del proprio destino.

Sorge allora una prospettiva più locale della politica, definita “neomunicipalismo”, la quale sostiene che i cittadini possono essere artefici del proprio futuro solo dentro una prospettiva territoriale.

Questa visione comporta un’ ottica “solo difensiva” dell’azione politica, che dovrebbe limitarsi a contrastare i processi globalizzati del proprio territorio di appartenenza.

E’ evidente che tale modo di pensare parte dall’appannamento dell’idea che esiste un bene comune su base superterritoriale e nazionale. Il concetto di interesse collettivo infatti richiede un’idea universale di bene, valida per tutti.

Ma allora non c’è speranza che le cose possano cambiare? Una via c’è.

Nelle discussioni che riguardano la qualità della vita di una comunità l’approccio implica due vincoli: il governo (governance), che obbliga gli amministratori pubblici a coinvolgere nelle decisioni anche la popolazione e i portatori di interesse locale, e l’ “etica dell’intesa” che prevede diritti e doveri reciproci con possibilità di sanzioni e ricorso anche alla forza della legge da parte dello Stato nel caso in cui, dopo il raggiungimento di un vasto consenso, siano posti in essere impedimenti da parte di una minoranza agguerrita e violenta.

Le parole-chiave, insomma, sono rispetto e fiducia nel prossimo. Due buoni propositi per l’anno nuovo che auguro a tutti, specialmente ai Campani, sereno e felice.

+ Michele De Rosa

vescovo di

CERRETO SANNITA-TELESE-SANT’AGATA DE’ GOTI

martedì 8 gennaio 2008

La moratoria sull'aborto

Cari amici


oggi vi segnalo questo articolo dell'ottimo Pierluigi Battista apparso sul corsera di ieri...
Mi colpisce sempre vedere pubblicate cose del genere da tribune serie ed autorevoli come il Corriere. Superano lo "scontato senza novità" del solito giornaletto apologetico....
Il corsera viene considerato more solito stampa laicista.
Penso invece che non sia sempre vero; questo articolo ne è una lampante dimostrazione.
La battaglia contro l'aborto è prima di tutto una battaglia culturale. Prima deve imporsi nelle coscienze e nei cuori....questo è veramente importante! La moratoria sull'aborto, se intesa come battaglia culturale, è un'ottima battaglia. Così la combatterò anche io....senza falsi tabù come la 194 (di Battista e di tutti gli altri non condivido il reputare la 194 come un equilibrio "per principio" intoccabile...manco fosse l'articolo 1 della costituzione)

alla prossima


La 194 non si tocca ma l' aborto ci tocca

E' possibile essere insieme contro l' aborto in linea di principio e a favore di una legge che ne consenta, sulla base di regole ragionevoli, il ricorso? Gli integralisti dicono di no. Dicono di no gli integralisti laici, secondo i quali persino i più elementari interrogativi della coscienza altro non sarebbero che munizioni per demolire crudelmente la legge 194. Dicono di no gli integralisti religiosi, secondo i quali è intollerabile che una legge rinunci a reprimere e sanzionare una pratica abominevole. Dicono di no gli integralisti della logica, secondo i quali, «more geometrico», una legge non può che essere il frutto di un metodo rigorosamente deduttivo e che dunque come tale non sopporta il peso di contraddizioni, sfumature, mediazioni. E invece, distinguere tra cultura e legge è l' unica salvezza. È l' unico modo per continuare a pensare. È l' unica arma per tener desta una sensibilità intorpidita senza venir meno a un punto di riferimento ispirato dalla saggezza e dal buon senso: che peggio dell' aborto c' è solo l' aborto clandestino. Se non si dà ascolto alla variopinta schiera degli integralisti e ci si libera da questa tenaglia asfissiante, forse allora si può ricominciare a parlare. Giuliano Ferrara non vuole rimettere in discussione una legge (salvo ritocchi e aggiornamenti condivisi, così pare da un' intervista apparsa su l' Unità, anche da strenui alfieri del laicismo come Silvio Viale) ma sfidare il senso comune sulla base di un argomento culturale. Come facciamo noi laici, noi non credenti, noi così ferventi fautori dell' estensione di ogni diritto, noi che consideriamo imprescindibili le virtuose dichiarazioni sancite dalle Nazioni Unite, noi che sobbalziamo sgomenti e compassionevoli di fronte a ogni violazione (purtroppo frequentissima e quasi sempre impunita) dei fondamentali diritti di libertà in ogni angolo del globo terrestre, noi che vogliamo la pace perché ci fanno orrore i lutti e le devastazioni della guerra, noi che rigettiamo ogni genere di discriminazione, noi che siamo sensibili alle conquiste che incrementano la libertà di ogni individuo, come facciamo noi a non capire qual è il prezzo dell' aborto? Come facciamo noi laici (lo diceva con ammirevole e straordinaria lucidità il laico Norberto Bobbio in un' intervista rilasciata nel 1981 a Giulio Nascimbeni per il Corriere della Sera) a non capire che la soppressione di una vita, specie se piccola e muta e indifesa, non è materia da lasciare al monopolio morale dei credenti ma, come usa dire di questi tempi, «interpella» primi fra tutti noi stessi, la nostra coscienza, il nostro modo di comprendere culturalmente le cose, di dare «laicamente» voce ai temi rimossi della vita e della morte? La 194 non si tocca. Punto. Ma da quando in qua anche la cultura deve aspirare a uno statuto di sacrale intoccabilità, pretendere per sé un pregiudizio di immutabilità che rende letteralmente impossibile il dialogare civile tra argomenti contrapposti e articolati, si deve presumere, in perfetta buona fede e senza innominabili secondi fini? Non è poco, pochissimo «laico» sottrarsi alle domande o eluderle parlando d' altro, magari destreggiandosi tra poco onorevoli processi alle intenzioni? La 194 non si tocca. Ma l' orrore dell' aborto deve toccarci, oppure no?

Battista Pierluigi

venerdì 4 gennaio 2008

RUINI E LA 194

Cari amici,

oggi su sollecitazione di un amico sacerdote, vorrei affrontare il tema delle ultimissime dichiarazioni in merito alla legge 194 rilasciate dal card. Ruini, ex presidente della Cei. Riporto testuale la dichiarazione:

«Credo - afferma il vicario del Papa - che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell'aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano». «In secondo luogo - sottolinea l'ex presidente della Cei - si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l'Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull'aborto che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a 30 anni ormai dalla legge - aggiunge Ruini - aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all'aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo».

COMMENTO:
1)Sono moltissimo d'accordo con la moratoria sull'aborto che, se non altro, sollecita l'apertura di un dibattito su questi temi che spero sia serio e non ideologico.

2)Anche sull'applicazione INTEGRALE della 194 devono farsi molti passi in avanti soprattutto in merito al ruolo dei consultori e alla dotazione economica degli stessi, sempre nel rispetto della lettera dell'art. 5 della 194 che recita " Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire I necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante,di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito"

3)L'ultimo appunto sul progresso scientifico invece non lo capisco proprio. L'aborto è consentito ai sensi dell'art. 4 della 194 "entro I primi novanta giorni, alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito"

Oltre il 90° giorno l'aborto è ammesso in due ipotesi con relativa sanzione penale:

1)IMPOSSIBILITà VITA AUTONOMA DEL FETO, alle seguenti alternative condizioni: A) grave pericolo di vita della madre; B) patologie che comportino pericoli per la salute della madre.

2)POSSIBILIA' DI VITA AUTONOMA DEL FETO alle seguenti condizioni: pericolo di vita della madre e adozione di misure atte a salvaguardare la vita del feto.

Visto che non si ha notizia di feti prematuri entro le 12 settimane per I quali ci sia possibilità di vita autonoma (almeno per quanto a me risulta), sembra chiaro che la legge 194, circa feti prematuri oltre le 12 settimane, lascia al medico la valutazione del singolo caso sulla sussistenza di condizioni per la possibile interruzione di gravidanza (possibilità di vita autonoma e pericolo di vita per la madre e patologie del feto); anche se devo sottolineare che non è affatto detto che la vita della madre sia SEMPRE più importante della vita del figlio per cui dal punto di vista morale l'equilibrio dei valori ingioco sancito dalla 194 è molto discutibile! Non mi addentro su quest'ultima questione perchè tanti ne sapranno su questo tema molto e meglio di me.

Tuttavia non può non rilevarsi che I termini e le problematiche della questione legislativa sollevata siano da porsi in maniera alquanto diversa, sostanzialmente più puntuale e dettagliata, dalla prospettiva parziale del cardinale.

Di quale aggiornamento parla il cardinale riferendosi alla "inammissibilità" dell'aborto per I prematuri?
Se il fine è discutere la 194, il discorso del cardinale potrebbe portare all'introduzione di un limite (dalla 12 esima settimana in poi di gestazione) oltre il quale l'interruzione di gravidanza sarebbe sarebbe reato sempre e comunque ovvero un limite penalmente sanzionato oltre il quale l'interruzione di gravidanza sarebbe possibile solo a condizione di prendere tutte le misure atte alla salvaguardia della vita del feto?

Servirebbe?

Non stravolgerebbe tutto l'impianto della legge?

Oggi, a legislazione invariata, il limite è convenzionalmente considerato dai medici intorno alla 24esima settimana e molti ospedali con propri codici interni di autoregolamentazione, non ultimi quelli di Milano, lo abbassano fino alla 21esima settimana.

Perchè, volendo fare un esempio, oltre la 20esima settimana l'aborto sarebbe sempre e comunque reato, mentre prima non lo sarebbe se la madre fosse in pericolo di vita? Non ci sarebbe disparità di trattamento tra casi simili? Visto il delicato equilibrio dei valori ingioco stabilito dalla 194 e anche sancito da sentenze della Corte Costituzionale, non ci sarebbero profili di incostituzionalità di una siffatta norma? Non si andrebbe ad intaccare il delicato equilibrio normativo della 194?


Esiste una evidenza scientifica, uno studio che indichi che la settimana di gestazione a partire dalla quale il 100% dei feti ha capacità di vita autonoma?

Infine la domanda, secondo me, capitale: la valutazione della "possibilità di vita autonoma del feto" deve essere operata dalla legge una-volta-per-tutte o dal medico (singolo o in equipe) per ogni singolo caso?

Si ripropongono qui I dilemmi della legge 40/04 circa l'impianto dei 3 embrioni.

Cosa compete alla scienza medica e cosa alla legge positiva?

Personalmente ritengo di avere molto ben chiari I valori fondamentali di rispetto della vita fin dal concepimento, ma qui si sconfina in un campo "filosofico" in cui le competenze dei diversi "saperi" si sovrappongono.

Se è vero che la scienza non può darsi da se I valori (ce lo dicono la chiesa ma anche tanti filosofi "laici"), è anche vero che le valutazioni scientifiche (la valutazione delle possibilità di vita autonoma del feto è tra queste) vanno fatte dalle persona competenti a farle. Il punto potrebbe essere: ci fidiamo di queste persone competenti, di questi medici? le riteniamo comunque per definizione senza "coscienza"?

Forse la soluzione potrebbe essere quella di imporre I codici di autoregolamentazione, sanzionabili disciplinarmente, a tutte le strutture che operano le interruzioni di gravidanza, ponendo anche dei paletti entro cui tal codici dovranno muoversi e imponendo un termine per la loro adozione.

D'altra parte il Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 2773 dice che gli attentati alla vita del nascituro devono avere "sanzioni penali appropriate"; penso che inserire nuove figure di reato in una legialazione permissiva come quella della 194 sarebbe appunto poco appropriato.

lunedì 17 dicembre 2007

Moggi e Padre Pio

Ebbene si,
cari amici, non ostante Moggi, ho ancora la voglia di dichiarare con orgoglio la mia fede bianconera però...voi ci credete che il povero Moggi pregava Padre Pio affinchè non concedessero rigori falsi alla vecchia Signora?
Io alla sua conversione posso anche credere perchè le vie di nostro Signore sono veramente infinite; come mi sembrava chiaro che, viste le doti dimostrate e indiscutibili, potesse essere stato un ex-seminarista (almeno lui si è accorto in tempo della strada sbagliata!)..... però le preci per il santo di Pietralcina sfiorano i confini dell'inimmaginabile!

Buona lettura


Il mancato prete Luciano Moggi si racconta a 'Petrus': “Pregavo Padre Pio perché non dessero rigori inesistenti alla mia Juve”

di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANO - "Lo sa che ho pregato Padre Pio perchè gli arbitri non dessero rigori inesistenti alla Juventus?". La confessione è di Luciano Moggi (nella foto), l’ex Direttore Generale della ‘Vecchia Signora’ coinvolto nella bufera di ‘Calciopoli’ che ha accettato di rispondere alle domande di ‘Petrus’ sul suo rapporto con la Fede nel periodo sicuramente più difficile di una vita privata e professionale coronata da successi e soddisfazioni.

Allora, Moggi, a Napoli è iniziato da pochi giorni il processo su ‘Calciopoli’ che La vede come imputato principale: come si sente?

"Sono finito in un polverone, una tempesta più grande di me, vivo un incubo".

E' la prima intervista che concede dopo l'inizio del processo: perché ha scelto proprio noi di ‘Petrus’?

"Perchè siete veramente cristiani".

Grazie, troppo buono. Ma torniamo a ‘Calciopoli’: Lei è sospettato dai giudici di illeciti sportivi molto gravi…

"Le assicuro che sono innocente e che riuscirò a provare che l'impalcatura accusatoria è debole. Vede, non perdo la speranza: grazie a Dio, e ai miei genitori, ho ricevuto un’educazione religiosa e credo nella giustizia".

Eppure hanno scritto e detto che Lei, l’autore del cosiddetto ‘sistema-Moggi’, si sia convertito al cattolicesimo soltanto dopo ‘Calciopoli’.

"Falso. Lei è stato giornalista sportivo e sa bene che mi sono sempre considerato e professato vicino alla Chiesa. In particolare, sono un devoto di Padre Pio. Lei stesso lo può testimoniare: dica, durante tutta la mia carriera, quante volte è stato testimone o ha saputo di miei viaggi a San Giovanni Rotondo e a Pietrelcina?"

Vero, tante...

"Sa, Padre Pio ha sempre esercitato su di me un grande fascino spirituale. Così, commettere ingiustizie sarebbe stato per me un’offesa non solo a Dio ma anche a lui".

Approfondiamo un po’ meglio la Sua devozione per il Santo con le stimmate…

"A San Giovanni Rotondo ero quasi di casa. Ma la mia Fede non nasce e non si esaurisce solo con l’amore per Padre Pio. Vado a Messa, prego, e non mi faccio prendere più dallo sconforto ma reagisco con l’ottica cristiana, che mi sprona a sperare che la mia vicenda si risolva per il meglio. Comunque, pensi, non scherzo: qualche volta ho pregato persino Padre Pio che non dessero un rigore che non c’era in favore della Juventus per evitare che si scatenassero putiferi. Sa, conosco bene il mondo del calcio: ho vinto tanto, forse tutto, e le invidie nei miei confronti non sono mai mancate…".

Lei è stato recentemente in pellegrinaggio anche a Lourdes…

"Verissimo. Ho partecipato ad un viaggio della Mistral, ma anche in quella circostanza i giornali sportivi, e non solo, hanno scritto una cosa falsa: io era sull'aereo dei pellegrini, non su quello del Cardinale Camillo Ruini. Casualmente, sul mio stesso volo c'era Gianni Petrucci, l'attuale presidente del Coni, ma io non lo sapevo e non ho neanche tentato di avvicinarlo per parlargli. Piuttosto, mi sono soffermato ad ammirare la Madonna: ha un effetto ammaliante in quella grotta, infonde serenità e fiducia, la stessa della quale ho bisogno e che mi incoraggia a credere con convinzione che sarò proclamato innocente, perché tale sono, e potrò così togliermi le mie soddisfazioni".

Il Suo ragionamento non fa una piega, ma qualcuno potrebbe obiettarLe che la ricerca della vendetta non è cristiana…

“E infatti non sono alla ricerca di vendette ma di giustizia”.

Moggi, ci risulta che Lei sia stato anche in seminario per diventare sacerdote…

"Lo ammetto, ma lei come fa a saperlo?”.

Segreto professionale di vecchio cronista sportivo… Ma La prego, ci racconti di questa Sua esperienza…

"Entrai in giovane età nel seminario di Siena, ma me ne andai subito perchè capii che non avevo una vera vocazione. Fu una chiamata, ma la vita sacerdotale non era fatta per me. Però, ecco, la religione mi è rimasta nel cuore e il mio sentimento religioso è forte e saldo come allora, tanto che da uomo di sport credo che oggi la Chiesa sia un'istituzione salda sulla quale il calcio debba poter puntare e contare".

Moggi, in conclusione: si sente ferito?

"Secondo lei come mi dovrei sentire, allegro? Le ripeto: in coscienza, non ho fatto nulla di male. Non è un caso che la gente mi apprezzi e mi voglia bene. Recentemente, anche alla presentazione del mio libro a Benevento - tanto per citare la mia ultima tappa - in molti mi hanno stretto la mano ed incoraggiato. E’ così ovunque vada. E poi, mi creda, non avrei la faccia di invocare Padre Pio se fossi in torto".

venerdì 7 dicembre 2007

CUS, un passo indietro

Cari amici,

oggi vi vorrei segnalare una notizia passata per lo più inosservata sui giornali, tranne il solito Avvenire molto attento solo a questi temi.

Si tratta dell'approvazione il 4 dicembre, da parte della commissione giustizia del senato del testo base di discussione per la legge sulle Unioni Civili.

Un atto importante che darà un senso e una piega al futuro dibattito su questo tema!

Senso e piega che non si prennunciano positivi!


Molti di voi ricorderanno le polemiche infinite innescate a gennaio 2007 dalla proposta Bindi- Pollastrini sui Di.co. Qualcuno ricorderà anche le polemiche successive sfociate nel Family Day, pietra miliare della costruzione di un nuovo pseudo-centro cattolico.



Non dimenticheremo mai i cartelli "Dico mai" di piazza San Giovanni per il 12 maggio.



In tre mesi quell'articolato normativo, quel tentativo coraggioso di mediazione offerto alla discussione è diventato una LEGGE-SPAURACCHIO, l'icona della incomunicabilità sui temi etici più scottanti.


I DiCo non erano condivisibili del tutto, ma potevano essere un buon contributo alla discussione, ad una buona legge sulle unioni civili perchè se da un lato riconoscevano, tra l'altro in maniera troppo parificante, diritti (successione legittima, alimenti ecc...) che non potevano essere riconosciuti tout court ai conviventi, dall'altro erano "l'uovo di colombo" perchè sul piano formale non creavano nulla di nuovo, evitavando lo scambio di consensi.

Con i DiCo il riconoscimento delle coppie di fatto non era formalmente previsto, checchè abbia potuto insinuare qualcuno. Vi si arrivava invece attraverso i concreti diritti attribuiti alle coppie; il che non è la stessa cosa.

Tener distinti questi due momenti avrebbe potuto segnare un passo in avanti nella discussione. Non lo si è fatto o voluto fare.


Insomma i Di Co erano una buona formula da riempire ancora con buoni contenuti.

Se solo si fosse consentita la discussione.....forse oggi non staremo al punto in cui siamo!



E gia! perchè con l'approvazione del testo base da parte della commissione giustizia del senato la discussione ha fatto un GIGANTESCO passo indietro.



Oggi quello spazio per la mediazione aperto dai Dico, non c'è più.



Il testo base adottato per la discussione è totalmente inaccettabile per i cattolici.



Sono i cd. "Cus", Contratti di Unione Solidale, nati dalla proposta dell'onorevole Biondi di FI e "migliorati" (è un eufemismo) dal "grande-giurista-se-gli-conviene" on. Salvi di SE.



Il testo base, la cui discussione iniziera con emendamenti in commissione il 15 gennaio 2008, lo trovate a questo link:


http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=15&id=293276

Tale proposta è totalmente ineccattabie per due motivi:

A) Anche se modifica il codice civile (cercando di cogliere l'auspicio dei vescovi alle "lievi modifiche del diritto privato"), lo fa inserendo un vero e proprio nuovo contratto tipico, il quale presuppone strutturalmente lo scambio di consensi tra i contraenti, ricalcando così una struttura simil matrimoniale. Addirittura lo scambio di consensi va fatto davanti ad un pubblico ufficiale (notaio o giudice di pace); nei DiCo invece si rendeva una dichiarazione unilaterale di fronte ad un funzionario dell'anagrafe che in quel momento non era certamente pubblico ufficiale attestante alcunchè.

B) Come nei DiCo, si riconoscono ai conviventi dei diritti che non possono essere tout court riconosciuti, quali i diritti di successione legittima: diritti che trovano una loro ratio giuridica proprio nel carattere di STABILITA' di cui è dotata la la famiglia fondata sul matrimonio; un carattere che non potra mai qualificare le Unioni civili. Potrebbero trovarsi altre forme per garantire la successibilità dei conviventi da lungo tempo in caso di improvvisa morte del partner, la equiparazione al coniuge è inaccettabile.

Mi chiedo a questo punto, quale sia stato il ritorno in termini di crescita e avanzamento del dibattito sul riconoscimento delle Unioni Civili, dopo la violenta campagna anti-DiCo alla quale tanti hanno inconsapevolmente preso parte?

Oggi la situazione del dibattito sulle Unioni Civili, che purtroppo dal piano dei principi non riesce ad incarnarsi in una seria discussione sulle "esigenza di effettiva tutela" per le coppie di fatto richiamate anche dai vescovi, pare questa:
La spaccatura tra favorevoli e contrari rimane;
Gli atteggiamenti estremistici rimangono;
La sensazioni di un clima politico in cui sia difficile parlarsi e capirsi rimane.

Rimane infine l'amarezza di vedere tutti quelli che si dicono "cattolici" (teodem, teocon, centristi, progressisti, popolari ecc....), anche quelli che si presumono più attenti, accapigliarsi tra loro per vedere chi è più "realista del Re" (o del Papa in questo caso!), senza ascoltarsi e radicalizzando le proprie posizione...senza trovare soluzioni condivise... senza riuscire a fare una proposta che sia una...senza fare Politica.

martedì 4 dicembre 2007

Sulle staminali

Scusate la prolungata assenza....ma ultimamente non ho trovato niente di veramente interessante in giro...
Oggi però mi piace segnalarvi questo interessante articolo di PierLuigi Battista, vice direttore del corsera. Parla delle ultime scoperte in tema di ricerca sulle staminali embrionali e adulte...argomento ostico ma molto-molto interessante.

Colpisce il tono intelligente e non astioso, nonchè la tribuna utilizzata da Battista.

Una critica efficace, non apologetica e seria di certe prese di posizione laiciste!
Altro che gli articoli di certi giornaletti e giornalacci....

ciao


Staminali e ultras dell' antiembrione

Le nuove scoperte scientifiche accendono il risentimento dei crociati «laicisti»

Davvero non si capisce un tono tanto rancoroso e indispettito per una notizia che, ragionevolmente, dovrebbe rallegrare un pò tutti. Se c' è il minimo dubbio (eccome se c' è) che in un embrione sia racchiusa una vita umana, non si dovrebbe forse festeggiare la prospettiva che si possano ottenere dalle cellule staminali adulte eccellenti risultati medici e scientifici senza dover sacrificare nemmeno un embrione? Se il professore giapponese Shinya Yamanaka ha trovato il modo di «riprogrammare» staminali adulte per equipararle alla versatilità e alla polivalenza di quelle, totipotenti, degli embrioni; e se lo scienziato padre della pecora Dolly abbandona le ricerche sulla clonazione per rivolgere la sua attenzione alle grandi potenzialità contenute nelle staminali adulte, non dovrebbero anche le persone digiune di scienza (come chi scrive) compiacersene, incoraggiate da scoperte che potrebbero guarire terribili malattie senza scivolare in una china etica al cui fondo c' è l' eugenetica e la soppressione della vita sia pur minuscola? Invece no. Dalle parole di Carlo Flamigni, scienziato che si è molto speso nella campagna per la ricerca sugli embrioni, traspare un tale risentimento, un' amarezza così incontenibile per gli esiti di quelle ricerche, da alimentare il sospetto che quelle ricerche lo abbiano reso orfano di un argomento formidabile da adoperare nella crociata contro la bieca piovra clericale che con crudeltà infinita vorrebbe infliggere dolore e malattia per chissà quale tenebroso disegno. E che delusione, nel lessico del segretario radicale Rita Bernardini che sul Corriere replica a Ernesto Galli della Loggia lamentandosi ancora una volta dell' «oscurantismo» degli «ultras dell' embrione». Ma la laicità non significava forse disponibilità al dubbio, attitudine a conformarsi ai risultati della ricerca scientifica senza dogmatismi e pregiudizi dettati dalla fede e dall' ideologia? Un laico dovrebbe salutare il buon giorno in cui viene detto che si è aperta una strada per la cura di malattie terribili salvaguardando l' integrità di un embrione, non accettando la logica, contraria a ogni forma di elementare umanesimo, in base alla quale per salvare una vita occorre necessariamente sacrificarne altre, più deboli, se non inermi. E invece reagiscono come dottrinari resi furiosi dalla prova della realtà, fanatici dell' embrione privi di un nemico da azzannare per indicarlo come un nemico dell' umanità. Ovviamente non è detto che all' annuncio degli scienziati pro staminali adulte segua il mantenimento di una promessa: questo lo deciderà la scienza, non una polemica giornalistica. Ma resta lo sconcerto per il cipiglio dei fanatici dell' embrione che, anziché dei dettati della scienza, sembrano prigionieri di uno spirito di crociata, sordi a ogni dilemma etico che almeno per prudenza, almeno per omaggio a quel «principio di precauzione» invocato con spensierata disinvoltura in mille occasioni, dovrebbero pur prestare ascolto alle perplessità sulla natura «umana» degli embrioni. Se ci fosse anche un piccolo dubbio, l' annuncio degli scienziati che dicono possibile un risultato medico-scientifico entusiasmante anche senza la cancellazione di qualcosa indicata come una vita umana sarebbe un annuncio gioioso. Il rancore, meglio riservarlo a occasioni più tristi.

Battista Pierluigi

lunedì 12 novembre 2007

SITUAZIONE CONTRATTO D'AREA DI AIROLA

Cari amici,

questo intervento ha un interesse strettamente locale ma forse illuminante il modo di concepire il bene comune della nostra classe politica locale.

Ultimamente ad Airola si fa un grandissimo discutere delle prospettive occupazionali del cd "Contratto d'area", cioè di quello strumento di programmazione negoziata che ha permesso in pochi anni la creazione ad Airola, attraverso un finanziamento statale di circa 300 miliardi di lire, di un vero e proprio polo tessile con quasi 600 occupati.

E' di questi giorni la notizia che I due rappresentanti dell'Udeur hanno chiesto un consiglio comunale straordinario per discutere pubblicamente della questione. Per inciso, come prevede lo statuto comunale, serviranno però altri due consiglieri per convocarlo. Quindi sotto a chi tocca! Purchè tuttavia la discussione sia pacata, non polemica e costruttiva.

Non c'è dubbio, aldilà delle speculazioni udierrine, che le cose non stiano messe tanto bene.

Secondo le voci-non-ufficiali più insistenti, sembrerebbe che in particolare la Tessival sud stia ricorrendo alla CIG (Cassa Integrazione Guadagni) e preveda di diminuire, stante la carenza di commesse, la produzione di circa un 1/3.

D'altra parte che le prospettive di mercato del polo tessile di Airola non siano ottimali e che ci sia concreta possibilità di diminuzione dei livelli occupazionali, lo dimostrano due elementi:

1)negli ultimi 4/5 anni le esportazioni del tessile italiano hanno avuto un progressivo decremento causato anche dall'agguerrita concorrenza cinese (solo dal 2001 al 2005 il decremento sarebbe all'incirca del 5% annuo...I dati li trovate sul sito http://www.smi-ati.it/index.php?idpag=67&modpag=1&modelarea=1&yesmenu=0&explomenu=67&des=Il%20settore, dellaFederazione Italiana Imprese Tessili e Moda);

2) con decreto del ministero delle attività produttive n°215 del 14 aprile 2006 (epoca della smobilitazione del governo Berlusconi) si è previsto che, per le aree di crisi (Airola è tra queste), anche il solo raggiungimento del 50% del livello occupazionale preventivato (alla Tessival erano previsti 400 operai) basterebbe ad evitare la revoca anche solo parziale dei contributi concessi;

Tale ultimo elemento, su cui ora cercherò di puntare l'attenzione, tradotto potrebbe voler dire che forse nel prossimo futuro, se non già oggi, la Tessival, se le cose dovessero andare proprio male a causa della riduzione di commesse, potrebbe portare I livelli occupazionali dagli attuali circa 280 operai, anche a 200 operai senza dover restituire nulla allo Stato. Questo fino al dicembre 2008!. Dopo, in caso di peggioramento della situazione di mercato, potrebbe addirittura chiudere lo stabilimento, e non dover restituire nulla.
Un meccanismo che ritengo anche abbastanza congruo, se non giusto, nel caso della Tessival, un'impresa che compete sul mercato internazionale.
Per inciso Tessival già oggi potrebbe licenziare ma evidentemente non lo fa, perchè cerca di salvaguardare gli attuali livelli occupazionali avendo interesse a continuare l'attività senza tirare a campare.

Mi piacerebbe aprire una breve digressione, mettendo in luce le novità normative intervenute che risultano molto illuminanti.

La legge 662/96 (prima finanziaria del governo Prodi) istituiva come strumento di incentivo alle imprese il cd "contratto d'area". Successivamente veniva emanato il decreto del ministero dell'economia n°320 del 2000 (governo Amato) che regolamentava la "Disciplina per l'erogazione delle agevolazioni relative ai contratti d'area e ai patti territoriali".

La revoca del finanziamento era prevista all'art. 12 comma 3 lettera g) del DM 320/00 nel caso in cui:

g) qualora entro l'esercizio successivo a quello di entrata a regime dell'iniziativa agevolata e, comunque, non oltre ventiquattro mesi dopo l'entrata in funzione della stessa, si registri uno scostamento dell'obiettivo occupazionale; la revoca è totale se lo scostamento è superiore al 30% dell'obiettivo indicato e superiore al 20% della media dei livelli occupazionali fatti registrare dalle iniziative previste nel contratto d'area o nel patto territoriale; la revoca è parziale ed è effettuata nella misura del 10% se lo scostamento è compreso tra il 10 e il 20% rispetto all'obiettivo indicato e nella misura del 20% se lo scostamento è compreso tra il 20 e il 30%.
Una disciplina molto rigida che, successivamente, con il decreto n° 215/06 del ministero delle attività produttive (governo Berlusconi) veniva sostituita con la seguente:

g) qualora nell'esercizio a regime, ovvero nell'esercizio successivo alla data di entrata a regime, si registri uno scostamento dell'obiettivo occupazionale superiore agli 80 punti percentuali in diminuzione. Per scostamenti compresi fra gli 80 e I 30 punti percentuali si applica una percentuale di revoca parziale pari alla differenza tra lo scostamento stesso e il limite di 30 punti percentuali. Non si provvede a revoca per scostamenti contenuti nel limite di 30 punti percentuali in diminuzione. Qualora sia intervenuta una riduzione dell'investimento ammesso a consuntivo rispetto a quello ammesso in via provvisoria, sempre che l'investimento realizzato risulti organico e funzionale, si procedera' ad un adeguamento dell'obiettivo occupazionale proporzionale alla diminuzione registrata. Per gli interventi in aree per le quali sia stato riconosciuto lo stato di crisi, le percentuali di cui ai periodi precedenti sono elevate rispettivamente a 100 e 50
La suddetta modifica operata al decreto 320/00 dal decreto 215/06 ha poi ricevuto dei chiarimenti con la circolare n° 8133 del 4/08/2006 del ministero delle attività produttive ( la trovate qui http://www.minindustria.it/pdf_upload/documenti/phpUNcfuP.pdf).
Scusate la digressione tecnica ma è molto utile, specie se letta alla luce del fatto che il decreto del governo Berlusconi veniva approvato il 27 aprile 2006, cioè un mese prima delle elezioni comunali di Airola.
Di tale modifica legislativa nessuno degli attuali amministratori ha fatto cenno in campagna elettorale, nè tanto meno fino ad oggi. Un silenzio assordante e perdurante che lascia perplessi.

Non discuto il merito del decreto 215/06 che è certamente giusto (non si può pretendere da grandi e medie imprese che si confrontano sul mercato internazionale, a volte anche con una concorrenza agguerrita come quella cinese, la preservazione ad libitum dei livelli occupazionali!...un range di scostamento dall'optimum deve essere previsto!), mi chiedo quale fosse l'esorbitante dazio da pagare ad certa dose di chiarezza sulla vicenda.

Ancora oggi si sbandierano ulteriori risorse finanziarie regionali e qualcuno (questi sono i rumors!) ancora promette "posti di lavoro nella fabbrica". Il fatto è che già il 2 marzo 2006 (ultimo monitoraggio occupazionale che trovate qui http://www.comune.airola.bn.it/comune/Altrehomepage.asp?vIDSottoSettore=15&vNameAsp=DettaglioAvviso.asp&IdSettore=6&IdAvviso=412) la Tessival sud aveva occupato 285 operai (70% dei livelli occupazionali preventivati). In tale data la Tessival sud avrebbe dovuto assumere entro il 01.02.07 (data di entrata a regime degli impianti) almeno altri 115 operai per raggiungere I livelli preventivati di 400 operai (ce lo dice il responsabile unico del contratto d'area... almeno così scriveva ancora il 12.01.07, ben dopo l'emanazione del DM 215/06).

Stante la crisi del settore tessile, tuttavia l'assunzione entro il 01.02.2007 di ulteriori unità lavorative si sarebbe tradotta però nel tracollo dell'impresa e nel fallimento del contratto d'area. Nelle more, alla luce dell'intervenuto decreto del 27 aprile 2006, la Tessival non risulta più tenuta ad assumere I restanti 115 operai (in questo la notizia data dal responsabile unico risulta inesetta!) e anzi, se lo richiederanno le esigenze di mercato, potrà tranquillamente diminuire I livelli occupazionali anche fino a 200 unità, riportandoli in seguito, se le esigenze di mercato e le commesse lo richiedessero, a livelli più alti.

Alla luce di questa situazione c'è poco da credere alle sirene che saranno prossimamente spiegate in vista delle elezioni provinciali 2008!

Sono gli scotti e le esigenze di un modello di sviluppo radicato in anni ed anni di prassi amministrativa!

Una impresa privata come Tessival, pur destinataria di aiuti di Stato, deve confrontarsi con il mercato e non è tenuta a garantire il cd "posto fisso" indefinitivamente e solo perchè ha ricevuto aiuti pubblici. Qui paghiamo lo scotto fortissimo della mancanza di cultura d'impresa tra I nostri politici locali, tutti ottimi e stimati professionisti ma poco avvezzi a far conto con le esigenze dei mercati. Era loro compito far capire a tutti la logica dell'attività d'impresa.

Sarebbe bastato un po più di coraggio alla nostra classe dirigente e forse non si sarebbero create INUTILI aspettative e avremmo costruito un modello di sviluppo economico locale più sostenibile.
Sarebbe bastato un po più di lungimiranza nella presente e nelle passate amministrazioni locali e forse oggi ad Airola avremmo un modello di sviluppo più radicato. C'è da guardare con vivissima preoccupazione un tessuto economico in cui la presenza negli anni di grosse realtà industriali (Alfacavi prima, Tessival e Benfil oggi che non hanno eguali nel circondario) non ha prodotto lo sviluppo di un vero spirito di impresa, di un vero indotto manifatturiero, di una cultura del fare.
Ci si accontenta dell'incremento dell'attivita alberghiera e di ristorazione (oggi c'è, domani no) e dell'incremento degli affitti e dei mutui per la casa (oggi li possiamo pagare, domani no). Forse campicchia qualche cooperativa di facchinaggio o pulizie ma poi niente più...
Siamo una realtà oggi incapace di auto-germinare iniziative imprenditoriali e innovazione.
D'altra parte se la priorità dell'attuale compagine amministrativa è "attrarre nuove imprese e consolidare le esistenti" (pag. 7 programma uniti per airola), risulta difficile immaginare uno sviluppo in cui la priorità sia invece far nascere imprese del territorio.
Oggi Airola risulta una realtà s-radicata dalle proprie tradizioni prevalentemente agricole. Vorrebbe essere realtà industriale, ma non vi riesce perchè incapace di adeguarsi ad un vero cambio di mentalità (dalla cultura del posto fisso a quella dell''impresa e del rischio). Potrebbe essere realta "agricola" valorizzando I prodotti tipici, ma non può perchè oggi non ne ha più (ve la ricordate la sagra della cipolla?). Vorrebbe avere una vocazione turistica ma non ha strutture e piani urbanistici adeguati.

Oggi Airola è figlia di nessuno, senza vocazione.
O meglio, una vocazione ce l'ha perchè abbiamo voluto dargliela noi(quella industriale), ma Airola ancora non l'ha fatta propria.

Il contratto d'area è stato un toccasana per Airola ma non può oggi costituire la priorità nella programmazione dello sviluppo economico cittadino, nei limiti si intende di ciò che può fare un'amministrazione comunale.

Oggi, ai fini di uno sviluppo economico radicato-sostenibile della nostra realtà locale, la priorità dovrebbe/potrebbe essere quella di creare una cultura di recupero di quelle che sono le tradizioni locali, senza grossi proclami e promesse di fantomatici posti di lavoro.

Lo si potrebbe fare attraverso il recupero dello storico patrimonio edilizio (il recupero della chiesa del Carmine ne è un ottimo esempio, ma il complesso Addolorata-Castello-Monteoliveto aspetta), il recupero del centro storico (non basta il piano colore....è impellente la creazione di isole pedonali e parcheggi che sicuramente ci sarà, spero, dopo l'apertura della fonfovalle), la rivalutazione delle tradizioni locali (il sostegno a "Borgo Antico" non basta, bisogna puntare anche e soprattutto sulla pro-loco).

Ma aldilà di queste proposte concrete ciò che veramente serve ad Airola, secondo me, è un cambio di mentalità culturale, e solo la Politica può imprimerlo con un atteggiamento costruttivo e dialogico la cui responsabilità ricade primariamente sull'attuale amministrazione.

Ciò che crea uno sviluppo economico radicato-sostenibile non è il riuscire ad attrarre NUOVI investimenti esterni (le famose filiere!), ma investire sul territorio e su quello che c'è. E' un lavoro lungo e forse poco gratificante nell'immediato, ma l'unico in grado di garantire un futuro possibile ad Airola.

Per questo oggi non servono I silenzi perduranti e assordanti sul contratto d'area, serve invece chiarezza e trasparenza amministrativa, nonchè un netto cambio delle priorità dell'agire amministrativo tendente al recupero culturale del patrimonio di Airola.

Questa dovrebbe essere la vera priorità e questo mi sento di rimproverare oggi all'attuale amministrazione della mia Città (la chiamo Città con orgoglio per la sua storia e con amore per esserne figlio!).