Oggi riprendo una mia mai sopita passione: Guccini. Per gli amanti eccovi la vera storia della "locomotiva" TRATTA DAL SITO WWW.AVVELENATA.IT
La vera storia del macchinista ferroviere
Alla fine di ogni concerto Francesco Guccini ripropone la sua ballata più popolare: "la locomotiva", dopo oltre vent'anni, continua a commuovere gli animi di giovani e meno giovani. Ma pochi sanno che questa canzone si richiama a un fatto realmente accaduto il secolo scorso: protagonista il fuochista anarchico Pietro Rigosi, che si impadronì di una locomotiva e la mando a schiantarsi contro una vettura in sosta nella stazione di Bologna. Miracolosamente si salvò, ma non svelò mai il mistero di quella folle corsa.
(tratto da "Amico treno" dell'aprile 1993)
Quando i concerti si avviano alla fine, e le richieste si fanno più insistenti, dopo i successi di tante stagioni, è ormai rituale per Francesco Guccini chiudere con la sua ballata più popolare: la locomotiva. Dopo oltre vent'anni, con tutto quello che è avvenuto nel frattempo, questa canzone dal sapore libertario, continua a smuovere qualcosa negli animi di giovani e meno giovani, in quella parte che vuole, malgrado tutto, continuare a credere. E quell'immagine, sia pure un po' sinistra, della locomotiva "come una cosa viva lanciata a bomba contro l'ingiustizia" mantiene il suo fascino col passare delle generazioni. E questa una ballata che si richiama a un fatto realmente accaduto il secolo scorso (esattamente il 20 luglio 1893) e, per quanto riguarda i fatti, vi si attiene fedelmente. Si tratta di un episodio singolare, rimasto se non unico abbastanza raro negli annali ferroviari. La curiosità di saperne di più ci ha spinto a qualche ricerca, sulla stampa dell'epoca e negli archivi delle Ferrovie.
"Il disastro di ieri alla ferrovia - l'aberrazione di un macchinista", titola il quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino” del 21 luglio 1893. Nell'articolo si legge:
"Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l'Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. [...] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva [...]“
All'epoca già confluivano alla stazione di Bologna quattro importanti linee ferroviarie e i binari di stazione erano soltanto cinque. In quell'ora i binari erano ingombri per treni in arrivo e in partenza Non c'erano sottopassaggi. La inevitabile concisione dei dispacci telegrafici impedì di comprendere chiaramente la situazione. Per evitare guai maggiori la locomotiva venne instradata sul binario cosiddetto "2 numeri", un binario tronco sulla destra, più o meno dove oggi c'è il fabbricato delle Poste. Allora c'erano le tettoie della gestione merci.
”Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c'era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone.... Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: "buttati a terra!"; ma il giovanotto - che giovane era lo sciagurato - dalla banchina a lato della piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov'era il pericolo.”
La locomotiva (della quale il giornale ci dà anche il numero di matricola: era la 3541) andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità di 50 chilometri orari.
lunedì 25 maggio 2009
TRIBUTO A GUCCINI: La Locomotiva
sabato 23 maggio 2009
La storia siamo PROPRIO noi
bighellonando sulla rete trovo questo interessante articolo apparso sul sito nazionale dell'Azione Cattolica.
Da leggere e meditare attentamente.....
La storia siamo noi
«Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali».
La relazione così prosegue: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».
Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.
Fonte: Rainews24
mercoledì 13 maggio 2009
LETTERA APERTA AI CONSIGLIERI DEL GRUPPO "CATTOLICI DEMOCRATICI" DI AIROLA
Leggo con vero piacere della costituzione ad Airola di un gruppo consiliare dei "Cattolici Democratici": una sigla veramente impegnativa!
Già, perchè il filone del cattolicesimo democratico è uno di quelli politicamente e storicamente più blasonati.
Richiamarsi a questa precisa cultura politica vuol dire oggi ispirarsi a personaggi del calibro di Dossetti, La Pira, Lazzati, Bachelet: personaggi coerenti che, formatisi nell'ambito del cattolicesimo organizzato, hanno letteralmente creato l'Italia repubblicana; testimoni veri nella costruzione della civiltà dell'amore sognata da Paolo VI.
Pertanto essere cattolici e democratici significa ispirarsi a tutto un mondo culturale che, a detta dei ben informati in ambito ecclesiale, oggi sarebbe superato. E' una scelta coraggiosa!
Tuttavia essere cattolici e democratici in politica richiede, anche oggi e più di ieri, coerenti stili di vita evangelici.
Richiede di possedere un abecedario spirituale (si proprio così...spirituale!) in cui i concetti di bene comune, persona, solidarietà, sussidiarietà siano costitutivi dell'agire politico.
Soprattutto dirsi oggi cattolico democratico significa mettere al centro il concetto di persona nella sua interezza, senza infingimenti e mezze misure.
Significa, qui ed oggi, respingere con forza le pratiche clientelari degenerate di chi ha teorizzato e praticato come moralmente accettabile la sistematica colonizzazione delle istituzioni.
Significa segnare una cesura con i tanti figli della Chiesa campana che in politica hanno svilito con pratiche incoerenti i grandi ideali a cui dicono spudoratamente di richiamarsi tutt'ora.
Significa battersi per una Politica alta e altra che ponga al centro la questione sociale ed, insieme e inscindibilmente, il valore sacro di ogni vita umana.
Se tutto questo sta a cuore ai nostri amici ne sono contento, altrimenti sarò costretto a concludere sconsolato che anche per loro "l’essere cristiani è solo una bella e luccicante etichetta!" (Mons. De Rosa)
mercoledì 6 maggio 2009
AUGURI AI CANDIDATI
pubblico qui gli auguri ai candidati per le elezioni del 6-7 giugno 2009fatti dal mio vescovo mons. Michele De Rosa.
A me soo piaciuti...a voi commenti o riflessioni.
alla prossima
CANDIDATI…AUGURI
La Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo non per essere una setta, un gruppo di persone che stanno bene insieme, impermeabile ai problemi che agitano gli uomini ma per essere una comunità - questo è il significato di Chiesa - a servizio dell’umanità.
Il grande teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, morto nel campo di concentramento di Flossenburg, in Germania, perché combatteva attivamente Hitler, ha scritto che se vogliamo dare una definizione esatta di Gesù potremmo dire che Egli è stato l’uomo, l’uomo-Dio, per gli altri. La sua vita cioè è stata contrassegnata dal servizio reso al progetto di amore del Padre che per lui prevedeva la morte, e quindi la risurrezione, e per noi la vita, cioè la comunione con Dio.
Il cristiano conseguentemente non può non essere l’uomo per gli altri, colui che si apre ai bisogni dei fratelli, che nel fratello vede Gesù, che ama tutti, non solo quelli che corrispondono al suo amore con la gratitudine ma anche, come ha fatto Gesù stesso, i propri nemici.
I cristiani non vivono isolatamente ma sono chiamati a tendere alla santità insieme, nella Chiesa, dove, ascoltando la Parola di Dio, celebrano i sacramenti e si nutrono dell’Eucarestia, del corpo e sangue del Signore, per essere forti nella fede e non farsi abbagliare dai miraggi effimeri di questo mondo.
L’impegno del cristiano nel mondo, in questi duemila anni di storia del cristianesimo, si è espresso seguendo percorsi diversi.
Uno di questi è stato senza dubbio la partecipazione alla vita politica. I cristiani - leggiamo già nel secondo secolo nella Lettera a Diogneto - “partecipano alla vita pubblica come cittadini”.
Non a caso la Chiesa annovera tra i suoi santi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro impegno generoso nelle attività politiche e di governo. S. Tommaso Moro (1478-1535), proclamato patrono dei governanti e dei politici nel 2000, seppe testimoniare fino al martirio la dignità inalienabile della coscienza. Pensiamo anche a politici italiani come Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira.
Essa è consapevole che la via della democrazia se da una parte esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si realizza solo nella misura in cui ha alla sua base la retta concezione della persona (Cf CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, 3).
Il Concilio Vaticano II insegna infatti che “la tutela dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, sia individualmente presi, sia associati, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica” (Gaudium et Spes, 73).
Questo significa lavorare per il bene comune, “l’insieme cioè di quelle condizioni necessarie perché gli uomini, le famiglie, le associazioni e i Paesi possano ottenere, pienamente e facilmente, il proprio sviluppo”.
Le istituzioni esistono, devono esistere per promuovere, coordinare, realizzare tutte quelle iniziative che concorrono al bene comune.
In quasi undici anni di episcopato a Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti non ho visto sorgere una piscina, parlo di piscina pubblica, un campo di calcio degno di questo nome, un centro per anziani, un palazzetto dello sport (solo a Cerreto Sannita in questi anni è sorto un palazzetto dello sport nuovo), un centro sociale per i giovani.
La diocesi con l’otto per mille - senza aiuti di privati, comuni, provincia, regione - in questi ultimi dieci anni ha costruito 15 case canoniche ( oltre quelle ristrutturate). A Presta di Sant’Agata de’ Goti ha ristrutturato la chiesa dalle fondamenta e costruito una casa canonica attigua con un salone di 150 mq. Ha costruito anche tre centri pastorali (Forchia, Luzzano di Moiano e Cerreto Sannita). In questi giorni consegnerà alla comunità di San Salvatore Telesino una casa canonica nuova fortemente voluta dal sindaco Pacelli e realizzata con la collaborazione attiva del sindaco Creta. E le costruzioni (Amorosi, San Lorenzo Maggiore, San Nicola ad Orcula in Dugenta, etc.), continuano ancora. Avremmo voluto fare di più ma non abbiamo trovato sempre sponde disponibili.
Un altro passo dobbiamo fare ancora: costruire oratori. C’è una legge sugli oratori che deve essere finanziata annualmente dalla regione. Ma sappiamo tutti che la regione Campania per certe spese è molto parsimoniosa!.
Programmare e realizzare il bene comune richiede stabilità amministrativa. Purtroppo nelle nostra Provincia attualmente ci sono molti comuni retti dal commissario prefettizio. Il tasso di rissosità, senza voler generalizzare, è troppo alto e troppo spesso le maggioranze sono in partenza non omogenee per cui alla prima difficoltà le amministrazioni cadono. Altro che bene comune. Troppo spesso sono calcoli di bottega a determinare la fine prematura di molti consigli comunali.
E non può essere altrimenti se troppo frequentemente le liste non sono compilate direttamente per governare ma si formano i blocchi costituiti da tutti i colori dell’arcobaleno politico italiano, dall’estrema destra all’estrema sinistra, pur di mandare a casa il sindaco in carica. Con la conseguenza che dopo pochi mesi dalla vittoria l’ amministrazione così costituita si sgretola, perde petali fino spesso al alzare bandiera bianca o, nelle migliori delle ipotesi, a vivacchiare. Il colmo poi si raggiunge quando un partito si divide e alcuni sono presenti nella prima lista e gli altri nella seconda. E così il partito potrà sempre dire di aver vinto!
Nella politica italiana poi si assiste al fenomeno del trasformismo di giolittiana memoria. Anzi parlerei di pendolarismo. Parlamentari che passano da uno schieramento all’altro con una disinvoltura degna di miglior causa. Addirittura partiti interi passano da destra a sinistra e poi da sinistra a destra per adesso! Non credo che questi pendolari della politica italiana oscillino per amore dei fratelli, per fare meglio il bene degli altri. Credo piuttosto che lo facciano per “amore” del partito, dei parenti e conoscenti pronti anche a tagliare le gambe ai giovani più promettenti per paura di essere scalzati quando diventeranno maturi per la pensione.
Un’osservazione vorrei fare riguardante coloro che si fregiano del nome di cattolico e poi rivendicano il diritto di votare in parlamento secondo le proprie convinzioni che non sempre collimano con la dottrina della Chiesa a cui pure dicono di appartenere
Scrive Tertulliano: Christiani fiunt, non nascuntur (cristiani non si nasce, si diventa). Si diventa adeguando la propria condotta e le proprie scelte al magistero della Chiesa a cui dicono di appartenere. Altrimenti l’essere cristiani è solo una bella e luccicante etichetta!.
Ogni battezzato – vescovo, sacerdoti, fedeli laici – è missionario, apostolo e testimone dell’amore del Signore nell’ambiente in cui vive. In particolare, “per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali orientandole secondo Dio. A loro quindi spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Dio, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore (Lumen Gentium, 31).
In questa ottica scopro tanta ipocrisia in molti che si dichiarano cattolici e poi per amore della poltrona votano contro le verità non negoziabili della Chiesa cattolica - la vita, la famiglia etc.) in cui militano. Gli stessi teodem sono una razza in estinzione omologati in tutto e per tutto al partito nel quale sono stati eletti.
Mi è sembrato ipocrita l’atteggiamento dell’on. Franceschini quando, vice segretario del PD, rimproverava i parlamentari che protestavano contro il Papa per aver sostenuto non essere accanimento terapeutico l’idratazione e l’alimentazione artificiale e poi concludeva: “Il Papa ha diritto di parola come tutti altri, lasciamolo parlare, tanto poi noi votiamo da laici” cioè, aggiungo io, contro l’insegnamento del Pontefice!.
La politica è il modo privilegiato di praticare l’amore cristiano, quella politica però che ricerca il bene comune, che gestisce il potere in modo giusto ed equo privilegiando coloro che hanno più bisogno: quelli che non arrivano alla fine del mese con il proprio stipendio senza voler pensare a chi vive con il minimo della pensione.
Dipende anche da noi se il futuro sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà – che più strettamente si dovrebbe chiamare l’“inciviltà” – dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, del nazionalismi esasperatiti, degli egoismi eretti a sistema.
Perciò è necessario e urgente alzare forte la voce. Occorre rompere il silenzio impacciato di troppi che oggi stanno zitti per acquiescenza, per diplomazia o per interesse .
Stiamo celebrando in diocesi il Sinodo dei Giovani. A loro sempre dico di scegliere anche la politica come campo di testimonianza cristiana. A quelli che mi dicono di non volersi sporcare le mani, entrando in politica, risponde prontamente: “E che ve ne fate delle mani pulite se le tenete sempre in tasca?”.
La campagna elettorale è naturalmente il tempo delle divisioni, dove ogni partito vuol mettere in evidenza la sua specificità. Ma tutto questo deve avvenire con la proposta delle proprie scelte e non demonizzare l’avversario, spesso entrando proditoriamente nella sua vita privata anche con lettere anonime. Questa è vigliaccheria e non certo confronto politico!.
A tutti coloro che lavorano in politica, soprattutto agli eletti di questa tornata elettorale di giugno, i miei migliori auguri perché assumano il loro impegno con entusiasmo e soprattutto con la consapevolezza di aver ricevuto un mandato, vorrei dire la missione, di lavorare per il bene di tutti mettendo sempre al centro la persona umana con i suoi diritti e i suoi doveri inalienabili.
+ Michele De Rosa
vescovo di
Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti
sabato 21 marzo 2009
Il Pd di Franceschini
trovo oggi questo articolo di Samuele Ciambriello.
E' da tempo che pensavo queste cose ma non trovavo tempo per articolarle.
L'amico Samuele lo ha fatto e mi ci ritrovo in pieno e per questo pubblico queste parole quasi che fossero le mie.
Questo Franceschini concreto, semplice e diretto inizia ad entusiasmarmi...come dicevo qualche giorno fa ad alcuni amici: "il vero leader del PD sta nescendo sotto i nostri occhi".
IL PD : LINEA POLITICA E DISCONTINUITA’
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Oggi alle 17.53
Finalmente il PD è diventato un partito concentrato sui problemi delle persone e sulle proposte per affrontarli piuttosto che sulle questioni che riguardano il proprio gruppo dirigente. Da un trauma politico è così emersa una sorpresa positiva. La svolta, inutile negarlo, era inevitabile, Veltroni ha fatto bene a dimettersi anche se il modo scelto lascia qualche perplessità ma, oggi, si può affermare che la scelta di Walter è stata fondamentale. La svolta c’è stata, è stata rapida e, da questi primi fatti, può definirsi senza dubbio positiva. Il partito non poteva permettersi una reggenza autolesionista fino alla prossima tornata elettorale di giugno e, diciamolo con forza, la nomina di Franceschini, vista dai più come una fase di transizione, si sta dimostrando molto più concreta e fattiva delle più ottimistiche previsioni. I problemi, sia chiaro, restano, sono tanti e non tutti di semplice soluzione, ma fin dal discorso di candidatura Franceschini ha chiarito che non sarebbe stato un “impiegato di partito”. L’inizio è positivo: l’annullamento del governo ombra, risultato molto ombra e poco governo, l’inserimento nella “stanza dei bottoni” del partito di personalità con forte radicamento locale, sono segnali incoraggianti. Ora, però, occorre qualcosa in più; occorre riappropriarsi dei territori, abbandonare il centralismo romano che cerca di risolvere, quasi sempre erroneamente, i problemi locali del partito. Il PD dovrà essere più radicato e più partecipativo, una sorta di partito associazione radicato nelle comunità e in grado di motivare e di organizzare l’impegno di un numero adeguato di persone. Il partito deve essere a tutti i livelli una palestra credibile di democrazia degli iscritti, degli elettori, dei cittadini e non la conta dei tesserati per notabili di riferimento come accaduto in troppe cittadine campane. I problemi, infatti, del PD a livello nazionale trovano, come al solito, una amplificazione massima quando si analizza la nostra Regione. A questo proposito occorre dire basta ai commissariamenti. Non è possibile che un partito giunga ad importanti scadenze elettorali in una Regione importante come la Campania con un commissario piemontese eletto nel Veneto,nominato da Roma. Il processo continuo di interlocuzione del partito con la società reale, con le sue superficialità e ricchezze culturali, con le aspettative e gli interessi che esprime è complicato da realizzarsi già in condizioni normali, figuriamoci quanto possa essere complesso con un Commissario. Un partito politico vive, cresce, si afferma se il corpo associativo e i gruppi dirigenti condividono le ragioni di fondo per le quali stanno insieme ed agiscono. E’ comprensibile che questo sia problematico nell’avvio di una fase costituente, ora, però, è necessario uscire dall’incertezza. Solo un PD consapevole di ciò potrà fare scelte chiare, comunicarle al Paese, dare efficacia alla sua azione.
Sulla capacità di comunicare del PD occorre, infine, una riflessione importante. Da un lato vi è certamente un imbonitore in odore di populismo neoautoritario che forte del suo strapotere mediatico e dell’uso spregiudicato che ne fa, aumenta consensi. Ridurre, però, tutto a questo sarebbe rischioso. Il PD è un partito che parla ancora con troppe voci diverse e, spesso, in contrasto tra loro e la cosa si traduce in una debolezza del messaggio se non in un boomerang negativo. La questione sociale è una bomba ad orologeria, il PD deve fare fronte comune per la difesa delle famiglie, dei lavoratori e dei pensionati. Il governo di destra sta allargando la forbice tra i ricchi e i poveri e sta mentendo su tanti aspetti; i nodi verranno al pettine, ma un partito serio deve essere chiaro fin d’ora, presentando la propria ricetta e evidenziando gli aspetti negativi dell’azione del governo. Agli occhi dei cittadini la crisi del PD è legata, anzitutto, ad una perdita di credibilità: lo spettacolo quotidiano di una parte decisiva del gruppo dirigente che non va in tv e sui giornali per tenere alta e visibile la bandiera dell’opposizione e della prospettiva politica del partito ma ci va, solo, per distinguersi se non addirittura in aperto conflitto con altri dirigenti dello stesso partito è un gioco al massacro che non ci si può più permettere. Lo spettacolo poi dei parlamentari “nominati” che per visibilità fanno interventi stravaganti ma non ascoltano iscritti e simpatizzanti! E poi la questione delle alleanze, la politica delle alleanze, per superare l’autosufficienza da sconfitta. Anche se la dimensione piu’ deficitaria della nostra politica di questi anni però non riguarda solo le forze politiche. Riguarda la nostra capacità di tessere alleanze con i soggetti organizzati del civile, con l’associazionismo di varia matrice, con il sindacato. In questo Franceschini ha enormi meriti di inversione di rotta rispetto alla gestione Veltroni; almeno a Roma qualcosa è cambiato, adesso occorre che questo processo di rilancio sia reale anche sui territori e la Campania è forse quello maggiormente critico, ma proprio per questo la sfida è ancora più avvincente. A cominciare dalle elezioni provinciali e dalle europee, senza protervia e tatticismi che già conosciamo ma anche senza candidature calate dall’alto! Il problema di gran lunga piu’ importante è una discontinuità positiva nella coesione dei gruppi dirigenti. Ripensare e cambiare vuol dire soprattutto condividere. Condividere non una mediazione al ribasso, ma un percorso e un profilo politico in grado davvero di ridare slancio e prospettiva al PD. Un compito arduo che esige un patto di tregua e di coesione, una discussione vera per condividere, non per dividere. E’ tempo di una corale assunzione di responsabilità.
articolo di Samuele Ciambriello
sabato 14 marzo 2009
La lettera del Papa
E' uno dei passaggi che maggiormente mi ha lasciato pensare della lettere di Benedetto XVI di recente pubblicazione circa le scomuniche ai lefebvriani.
qui trovate il testo integrale http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2009/documents/hf_ben-xvi_let_20090310_remissione-scomunica_it.html
Come commentare questa lettera, ammesso che sia concesso ad un semplice fedele?!
Vedo innanzitutto un papa che sente la necesssità intellettuale di confrontarsi e di spiegarsi col popolo di Dio. Quindi ci vedo innanzitutto un papa che prega, ci/si interroga e si/ci da delle risposte su una questione molto discussa, soprattuto dentro la Chiesa. E' uno dei tratti più belli di questo papa!
Detto questo, vedo un papa che ribadisce: "ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.";
un papa che ricorda che dopo la revoca delle scomuniche "Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento."
Io penso che questa sia la grande questione di questo pontificato che lo segnerà storicamente: l'interpretazione ed il posto del concilio Vaticano II nella storia bi-millenaria della Chiesa.
Il papa ha già chiarito la giusta interpretazione da dare del concilio nel famoso discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005: una lezione magistrale di storia della Chiesa in cui il papa contrapponeva la emeneutica della discontinuità con la ermeneutuca della riforma che è stata incarnata dai papi conciliari (Giovanni XXII e Paolo VI) spiegando come "È chiaro che in tutti questi settori (rapporto Chiesa/scienze, Chiesa/laicità, Chiesa/tolleranza religiosa), che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione".
Tuttavia mi vorrei soffermare sulle applicazioni che di quel discorso continuamente si fanno negli ambienti ecclesiali che contano.
Diciamo la verità: oggi non fa paura papa Ratzinger ma i ratzingeriani!
Quelli che utilizzano e strumentalizzano il suo magistero e la sua indiscutibile autorevolezza dottrinale.
Quelli che negano che il concilio abbia rappresentato una discontinuità nella Chiesa,
quelli che si appellano solo alla tradizione,
quelli che ritengono di riesumare i vecchi messali che poi sarebbero meglio della sciatta liturgia di oggi,
quelli che vorrebbero che in quegli anni non fossse successo nulla di nuovo,
quelli che accusano chiunque abbia nella Chiesa un pensiero non allineato di applicare una ermeneutica scorretta della discontinuità che vorrebbe andare oltre i testi del concilio.
Oggi c'è una parte della Chiesa che usa queste sottili violenze verbali per accusare gli avversari intra-ecclesia di non essere in comunione con la Chiesa: è una forma molto forte di violenza sulle coscienze!
La damnatio memoriae che alcuni studiosi, giornalisti ed ecclesiastici fanno dell'opera storica sul Concilio di Alberigo è il tipico esempio di questa violenza!
Il papa mostra di darsene ad intendere dove chiarisce che "si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento."
Ecco! C'è una parte dei cattolici, figli della Chiesa, che è amareggiata perchè ostracizzata dalla Chiesa... e non per colpa di questo papa!
C'è una parte della Chiesa ferita che, come recentemente e dolorosamente rilevava Hans Kung, non si aspetta nulla da questo papa.
Forse è questa l'unica critica che mi sento di fare a questo papa che, ubbedendo alla legge dell'amore e della misericordia, ha revocato giustamente la scomunica ai lefebvriani: aver ricordato a coloro che hanno protestato per questa decisione che la libertà va utilizzata nel modo giusto senza approfondire (e lo poteva fare, come ha fatto con i lefebvriani) le ragioni di una "amarezza che rivela ferite risalenti aldilà del momento".
Sono parole, rivolte a parte della Chiesa, molto (troppo!) dure, anche se meditate!
giovedì 5 marzo 2009
Nei deserti
"La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto.
E vi sono tante forme di deserto.
Vi è il deserto della povertà,
il deserto della fame e della sete,
vi è il deserto dell’abbandono,
della solitudine,
dell’amore distrutto.
Vi è il deserto dell’oscurità di Dio,
dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo.
I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi.
non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma
sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.
La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza."
Sapete di chi sono queste parole? Di papa Benedetto XVI! Si tratta del discorso di inizio del suo pontificato.
Cosa faccio? Cosa facciamo per metterci in questo cammino?
Mi/Vi lascio con questi interrogativi.