mercoledì 25 luglio 2012

Relazione programmatica

Il 24 giugno scorso sono stato eletto segretario del circolo del Partito Democratico "Aldo Moro" di Airola.
Di seguito  la relazione programmatica che ho illustrato.



II CONGRESSO CITTADINO PD – 24 giugno 2012
-Convento padri passionisti di Monteoliveto-

“Coesi, propositivi e radicati per un vero partito nuovo”

Relazione programmatica

Care DEMOCRATICHE E DEMOCRATICI,
cari amici e cari compagni del PD di Airola,
(Saluto autorità e personalità, forze politiche, circoli, segretario  e presidente provinciale provinciali ove presenti)
Ringrazio la comunità passionista per la pronta disponibilità di questi locali.
Un pensiero solidale va agli amici lavoratori dell’ex polo tessile  in lotta per il riavvio del processo di reindustrializzazione.
Ringrazio il coordinamento uscente guidato dal dott. Pierdomenico Ceccarelli, e tutto il partito per l’ampio e unanime consenso accordato alla mia candidatura a segretario.
Il circolo del Partito Democratico di Airola nasce con le primarie del 14 ottobre 2007.
Dopo la costituzione dei primi organismi dirigenti con il primo congresso del 20 dicembre 2009, il nostro circolo ha conseguito un risultato politico importantissimo eleggendo, in occasione delle scorse elezioni amministrative comunali del 13 maggio 2011, 7 consiglieri di maggioranza su 8, nonché il sindaco. Metà dei  membri del coordinamento uscente, eletti con ampi suffragi, hanno assunto pertanto incarichi di rilievo nell’amministrazione comunale determinandosi alcune incompatibilità tra incarico di partito e di amministrazione comunale.
Il bilancio di tale passaggio elettorale è più che soddisfacente e ci ha stimolato in quest’anno a coltivare, sempre più e meglio, la nostra passione politica attraverso l’impegno nel Partito Democratico.
Certamente però l’orologio della politica di Airola non si è fermato a questo successo. Altre sfide attendono il nostro circolo:
le prossime tornate elettorali,
la marea montante di nuovi movimenti politici banalmente confusi nella locuzione “antipolitica”,
la ricomposizione degli schieramenti partitici e di quello di centro sinistra,
il faticoso processo di reindustrializzazione che sta vedendo protagonista la nostra amministrazione cittadina, ecc…
Pertanto si è imposta fortemente nella discussione interna al circolo, l’esigenza di innovare gli organi dirigenti e di radicare sempre più sul territorio il Partito Democratico. E’ ciò che, con senso di responsabilità ed unitariamente, ci accingiamo a fare in questo congresso.
Come sapete, non ho mai avuto tessere di partito oltre quella del PD, un progetto politico che ho sposato alcuni anni fa con decisione e convinzione! Per questo ho iniziato a partecipare attivamente alla politica, impegnandomi da iscritto e militante a partire dalle primarie del 2007 dove sostenni con convinzione ed in autonomia Rosy Bindi.
Da allora ho inteso dare il mio piccolo contributo alla vita del mio circolo cittadino, partecipando alle discussioni ed alle riunioni, nonché alle iniziative politiche messe in campo e allacciando relazioni con tutte le componenti del partito.
In questo piccolo impegno, sono stato mosso da pure ed appassionate ragioni ideali che si radicano nella certezza che la costruzione della “città dell'uomo” (come Lazzati chiamava la politica) passa per la partecipazione alla vita dei partiti, attraverso la ricerca del consenso su prospettive politiche concrete.
A nessuno tuttavia sfuggiva e sfugge la peculiarità di un partito, quello democratico, nato per fusione di due consolidate esperienze politiche. Anche ad Airola è stato così, ma solo in parte visto che con la nascita del PD si sono affacciati sulla scena del partito anche nuovi attori politici!
Questo carattere octroyée (=concesso) del partito poteva far storcere il naso a qualche purista. Qualcuno successivamente ha parlato di fusione fredda, qualche altro di amalgama non riuscita.
Tuttavia per me furono molto convincenti e determinanti le parole pronunciate da Pietro Scoppola al convegno di Orvieto 2006: "prendiamo atto dei passi oggi possibili, ma teniamo viva una idea, una speranza più impegnativa e giochiamola non contro il processo ma oltre, oltre questo processo oggi possibile, quando scelte più impegnative saranno necessarie. Teniamo viva l’idea di un vero partito nuovo."
Queste parole, che non esito definire profetiche, di quello che è stato l'ultimo grande intellettuale del cattolicesimo democratico mi hanno fino ad oggi guidato.
Allora mi chiedo:
1)    è arrivato il momento di scelte più impegnative?
2)    qual è l'idea di “vero partito nuovo” in cui tutti crediamo?
Per cercare di rispondere mi sembra opportuna una breve analisi generale del contesto attuale.
Oggi, in quella che Pierre Rosanvallon chiama l’epoca della sfiducia, la fiducia nei partiti, sopratutto nei loro apparati, è ai minimi storici. Di converso, come abbiamo potuto appurare anche nel nostro piccolo in occasione delle scorse comunali, sta crescendo una fortissima volontà di partecipazione politica che difficilmente trova i canali giusti per estrinsecarsi in forme non sterili. A ciò si accompagna la sensazione (messa ben in luce da Giuseppe De Rita nella sua pubblicistica) di un ciclo storico che volge al termine: il ciclo lungo individualista, del “tutto è mio” (De Rita: “Da alcuni anni sembra essere entrato in scadenza il ciclo della soggettività ad oltranza. Il ciclo del "tutto è mio": il partito è mio, la moglie è mia, la vita è mia, la morte è mia”.); un ciclo che prese forma nella metà degli anni 60, raggiunse l'acme negli anni 80 e 90, sta vivendo un lento declino in questo primo scorcio di secolo.
Senza addentrarmi in analisi sociologiche di cui ho scarsa competenza, restando su un piano strettamente politico, balza agli occhi che la crisi attuale della forma partito sia ricollegabile, almeno temporalmente, a questo ciclo individualista. La “Repubblica dei Partiti” che ha scritto la nostra Carta, infatti storicamente degenera in partitocrazia mano  a mano che cresce l’onda lunga individualista nella società.
Anche per queste ragioni sono convinto che stiamo vivendo oggi un passaggio storico, ben più profondo ed incisivo di quello del 1992.
Certo, l’avvio di un nuovo ciclo “comunitario” non è dietro l’angolo! I partiti personali detteranno ancora per qualche tempo l’agenda ma pare chiaro che la società nell’era 2.0, di internet, della informazione di massa che ha preso avvio in quest’ultimo ventennio, sta lentamente virando. Quindi sarà lungimirante solo chi da oggi inizierà a sintonizzarsi sul nuovo ciclo. Il PD, partito non carismatico per antonomasia, è già un passo avanti in questa direzione!
Oggi sembra che stia giungendo proprio il momento di quelle scelte più impegnative richiamate da Scoppola!
Nei prossimi anni il PD sarà chiamato a diventare se stesso, cioè quel VERO PARTITO NUOVO indicato da Scoppola.
Partito, perché mezzo di attuazione del diritto alla partecipazione politica, nonché associazione collettiva, il cui primo obbiettivo è l’organizzazione del consenso politico intorno a idee e prospettive concrete e praticabili e non intorno al semplice carisma del leader.
Nuovo, perché aperto alle novità e ad una nuova generazione di politici, a prescindere da appartenenze di gruppo,corrente, area o apparato.
Vero, perché rispettoso del metodo partecipato nella selezione dei quadri dirigenti e nelle procedure per l’elaborazione e l’adozione delle decisioni.
Dovremo essere un partito vero e nuovo, di centrosinistra, nel solco di quella grande esperienza ormai esaurita che ci ha generato: l’Ulivo! Una esperienza condivisa anche da due presidenti della Repubblica,come Ciampi e Napolitano, che in questi anni hanno tenuto dritta la barra della Nazione. Una esperienza di cui dobbiamo essere fieri, soprattutto ad Airola!
Siamo del PD perché crediamo che la giustizia sociale sia un bene da salvaguardare e una priorità,
siamo del PD perché crediamo che il bene comune sia una priorità e la necessaria ricerca del consenso su prospettive concrete e praticabili un “mero mezzo” per la sua realizzazione e non “il” fine ultimo dell’azione politica;
siamo del PD perché crediamo che sia urgente e prioritario rispondere a quella che Giorgio La Pira chiamava “attesa della povera gente”, quando ricordava al governo DC del 1949 la necessità di lottare primariamente contro miseria e disoccupazione, due mali che abbrutiscono la persona;
siamo del PD crediamo nel valore fondativo del diritto alla partecipazione politica;
siamo del Pd, ad Airola, perché crediamo urgente valorizzare il nostro territorio, le sue risorse, le sue ricchezze e i suoi uomini.
Vi chiederete:cosa c’entra tutto questo con il rinnovo del coordinamento del nostro piccolo circolo!?
C’entra, eccome!
Oggi, nel rinnovare i nostri organi dirigenti, siamo di fronte ad un bivio: scegliere di incamminarci in una prospettiva politica nuova ed avvincente:
un progetto politico nuovo, come nuova è l’amministrazione cittadina che il PD anima come “città nuova”;
 oppure rinchiuderci attendendo che sia la storia ad imporci scelte ormai ineludibili!
Il circolo PD di Airola oggi ha bisogno di incamminarsi in questa prospettiva e di un coordinatore che la incarni tentando sempre la strada faticosa della mediazione politica e guidando democraticamente i processi decisionali, confrontandosi con tutti. In questa fase cruciale e densa di incognite, tale prospettiva di coesione mi sembra fondamentale!
Oggi pertanto il circolo PD Aldo Moro è chiamato sul nostro territorio ad essere un circolo:
coeso, perché intende amalgamare e unire culture e storie politiche diverse presenti nel circolo, attraverso processi decisionali democratici ed ampiamente partecipati, al fine di proporre sul nostro territorio un coerente e credibile progetto politico;
propositivo, perché intende responsabilmente animare e stimolare il dibattito politico cittadino sui temi che maggiormente ci interessano: il diritto al lavoro, il valore della partecipazione politica, la giustizia sociale e l’uguaglianza sostanziale, la lotta alla miseria ed alla disoccupazione, la valorizzazione delle risorse del territorio ecc...
radicato, perché intende essere attento alle nuove generazioni ed alla società civile, ai lontani dalla politica, alle problematiche territoriali, ad un adeguato e proficuo rapporto con la federazione provinciale ed i circoli limitrofi, al fine di allargare la propria base di “appassionati alla politica” (gli iscritti) e di mantenere ed ampliare il consenso elettorale intorno alla proposta politica del Partito Democratico.
Per fare ciò ci doteremo di organismi dirigenti ed esecutivi agili e partecipati, dove esperienze consolidate interagiscano con nuove prassi politiche.
Fondamentale sarà anche un articolato e simbiotico raccordo con la componente giovanile nella elaborazione, predisposizione e promozione delle iniziative politiche.
Sul piano operativo faremo ampio uso delle moderne risorse della comunicazione interattiva e coltiveremo forme di auto-finanziamento che consentano un adeguato sostegno alla nostra iniziativa politica.
Parteciperemo e contribuiremo costantemente al pubblico dibattito politico della città, cercando nell’equilibrio umile e nella semplice moderazione la cifra del nostro impegno.
Non ultimo coltiveremo un’adeguata interfaccia con l’amministrazione cittadina che è quasi per l’intero espressione del nostro partito.
Questa favorevole situazione politica, frutto della nostra solida e radicata tradizione del popolarismo democratico e dell’impegno di coloro che hanno guidato il nostro circolo fino ad oggi, chiamerà in futuro il PD di Airola ad un di più di responsabilità verso la cittadinanza e le altre forze politiche, in una logica scevra da poco utili tentazioni di autosufficienza politica.
E’ vero: abbiamo un'amministrazione ed un sindaco che stanno sempre tra la gente!
Ciò non toglie che un circolo coeso, propositivo e radicato potrebbe aiutarli ancora di più, filtrando e facendo conoscere le iniziative, portando le istanze della popolazione, per non lasciare la sensazione di  uomini soli al comando della città, bensì la certezza di un gruppo politico impegnato per il bene comune dei cittadini.
Nell’immediato il nostro obbiettivo futuro sarà mantenere ed ampliare l’ampio consenso raggiunto nel territorio, cercando di ricomporre qualche frattura determinata dalle asprezze della battaglia politica, privilegiando i rapporti con i partiti facenti parte dell’attuale maggioranza cittadina e intessendo rapporti leali con gli amici-avversari degli altri movimenti politici.
Cercheremo infine di veicolare le iniziative politiche del partito provenienti dal livello nazionale, regionale e provinciale.
Grazie di cuore per avermi dato la possibilità di parlavi con trasparenza, sincerità e passione di un ideale in cui credo.


Diego Ruggiero


martedì 8 maggio 2012


Cari amici di pecora nera,
 
 vi propongo questo interessante articolo di Francesco Margiotta Broglio sul corriere di oggi.
Interessante l'analisi.
A me ha fatto pensare che i cattolici italiani hanno bisogno di riprendere il filo di un dialogo sospeso intra-ecclesia, almeno a partire dalla metà degli anni 80.
Le ultime riflessioni nate dal fallimento della cultura della presenza, declinata in concreto da CL e sposata da gran parte dell'episcopato italiano in questo terntennio, dovrebbero seriamente interrogarci.
Infatti questo palese fallimento della cultura della presenza lascia riemergere intatta quella polemica di allora sul modo di essere presente dei cattolici nella società: presenza, assenza o mediazione!?
Chi allora fu dichiarato "sconfitto", oggi sembra voler riprendersi la rivincita.
Quasi sembra che  non esserci stata una ri-visitazioni critica di alcuni eccessi che pure ci furuno in coloro che propugnavano quella cultura come sintesi tra assenza e presenza.
Tuttavia il giudizio rescindente che diede GPII a Loreto propendendo per la cultura della presenza, fu a suo modo giustificato dalla inclinazione del pontefice ma anche da alcuni eccessi.
Forse in alcuni frangenti si arrivò ad un radicalismo della mediazione...
Oggi tuttavia dopo quella sorta di "imposizione" del pontefice, il dibattito riemerge intatto.
Sembra quasi che trent'anni non siano passati.
Ah come ci sarebbe  bisogno di nuove e spassionate analisi che ci conducano un passo, un solo passo avanti, da quei ragionamenti...
 
 
 
 
 
 
 
 
Prove di unità cattolica (senza i parroci)
di Francesco Margiotta Broglio
in “Corriere della Sera” dell'8 maggio 2012
Si è variamente parlato, negli ultimi mesi, di «prove di unità dei cattolici in politica», anche in
occasione di incontri tra autorità dell'episcopato e movimenti, associazioni, comunità ecclesiali,
testimoni della vitalità di quello che, con qualche approssimazione, viene definito il «mondo
cattolico». Alcuni hanno immaginato, come seguiti del Forum di Todi dell'ottobre scorso, un nuovo
soggetto politico unitario, «un partito sul modello sturziano» (Antiseri), altri una più forte presenza
all'interno di partiti esistenti che facciano riferimento al Ppe e siano, quindi, alternativi alla sinistra.
Un progetto che avrebbe il consenso dei vertici della Cei e della Segreteria di Stato e alcuni
avamposti già nel governo Monti: se il cardinale Bertone ha incitato i cattolici a «non rassegnarsi
all'irrilevanza politica», il ministro Riccardi ha dichiarato «non serve il partito dei cattolici» e il
ministro Ornaghi parla di «minoranza creativa». Entrambe le ipotesi sono, ovviamente, subordinate
alla scelta del sistema elettorale e al modello di «democrazia rappresentativa» che verrà adottato,
ma è opportuno chiarire, fin d'ora, che entrambe presuppongono una convinta cooperazione da parte
delle gerarchie episcopali e delle istituzioni ecclesiastiche. Ad esse si devono, infatti, i momenti
forti dei successi elettorali dell'antica Dc. Non a caso a un Lazzati che lamentava la mancanza di
una cultura cattolica che avesse «il senso profondo della laicità della politica», De Gasperi
replicava: «Ma non ti rendi conto che alla fine a decidere delle elezioni sono i parroci!». 
Non si può, quindi, ragionare sul «ritorno dei cattolici» senza tenere conto della situazione attuale
della società religiosa. Una delle più importanti ricerche in materia (R. Cartocci, Geografia
dell'Italia cattolica, Il Mulino) elabora indicatori oggettivi e fornisce analisi dettagliate che mettono
in evidenza la critica situazione delle religiosità in un contesto sociale sempre più secolarizzato
(come dimostrano anche i significativi dati raccolti da ormai sei anni da Critica Liberale). A parte la
presenza di due Italie e di più tipi di fedeli in base all'età (i residui messalizzanti settimanali — in
media 32,5% — sono concentrati essenzialmente nel Sud, con punte sopra al 40% in Campania e
Puglia, mentre da una frequenza del 56% dei 6-13 anni si passa a circa il 18% dei 20-34 anni per
tornare al 43% degli ultra settantacinquenni), il forte aumento dei matrimoni civili e dei nati fuori
del matrimonio (aggiungerei anche dell'instabilità coniugale), la crescita nelle superiori del numero
degli studenti che non frequentano l'ora di religione, gli stessi dati dell'otto per mille, hanno
consentito a Cartocci la predisposizione di un indice finale di secolarizzazione che vede in testa
Emilia Romagna, Toscana e Valle d'Aosta e in coda Puglia, Calabria e Basilicata: il Veneto
«bianco» si ferma alla metà delle venti regioni e la Lombardia all'ottavo posto delle «secolarizzate».
Già Garelli del resto aveva parlato di «cattolicesimo di minoranza» e Segatti di un'Italia non più
cattolica ma «genericamente cristiana», con una fede religiosa, ma, in gran parte, con credenze
essenzialmente individualistiche.
Se fosse ancora attuale la convinzione di De Gasperi sarebbe inutile, nel contesto socio religioso
che si è richiamato, pensare a qualsiasi tipo di rappresentanza politica, unitaria o frammentata, dei
cattolici italiani, privi di quel retroterra ecclesiastico che ne aveva assicurato il successo e la cui
crisi, del resto, contribuì, insieme agli errati «calcoli» del cardinale Ruini, a mandare in soffitta la
Dc di Martinazzoli. Furono la vitalità dell'associazionismo ecclesiale e di quanto restava della Dc a
contribuire alle vittorie di Prodi, ma fu lo smarrimento delle gerarchie episcopali — che si illusero
di poter agire in politica senza la mediazione di un partito non-confessionale — a contribuire
(involontariamente?) alla fine di quelle importanti esperienze di governo. Con ragione il cardinale
Bagnasco ha respinto, nell'omelia pasquale ai parlamentari, le «linee mediane» sui temi etici (che
però stanno a cuore solo ad una minoranza di cittadini), ma proprio per questo sarebbe utile una
nuova forma di rappresentanza politica dei cattolici italiani (quali sono, non quali li desidererebbe
lui) che riprendesse l'antica funzione mediatrice della Dc, che, in mezzo a mille difficoltà, traghettò
il Paese dalla ricostruzione al «miracolo» e, poi, alla crisi della democrazia, iniziata con l'assassiniodi Moro e approfondita dalla fine dell'anticomunismo, ma ancora in pieno svolgimento

martedì 3 aprile 2012

Una ricchezza da non sterilizzare

Al di là delle discussioni sul merito della  riforma del lavoro proposta dal ministro Fornero che ci appassioneranno nei prossimi mesi, oggi sembra abbastanza lecita ed utile qualche cosiderazione sulle prime reazioni delle parti sociali e del mondo politico,  specie in rapporto al variegato mondo dell'associazionismo cattolico.
In campo sindacale le prime reazioni paiono molto "politiche".
Come spiegare altrimenti un accordo, quello di CISL,UIL e UGL , concesso a verbale su un progetto non definito ed oggi già modificato;  oppure come spiegare un disaccordo, quello della CGIL, per alcuni versi abbastanza motivato ma dal sapore ideologico, quanto a declinazione concreta; oppure la posizione critica di Confindustria che pure ha ottenuto tanto sui licenziamenti economici!?
In parlamento i partiti sembrano “ingessati” nella necessità di presidiare la propria sfera di consenso sociale. Solo così si spiegano alcune posizioni fuori tono all’interno della maggioranza che sostiene questo governo e i niet delle opposizioni.
Tutte queste posizioni, tuttavia, sembrano comunque contestualizzate e ancorate al vissuto concreto della gente: i lavoratori, i cd esodati, gli imprenditori, le partite iva, i pensionati. Sindacati, partiti, governo, maggioranze, opposizioni in effetti sono alle prese con problemi molto seri. Pertanto già prendono posizioni, presidiano interessi, preparano discussioni ed iniziative, cecando di contestualizzarsi rappresentando possibili prospettive.
Di fronte a queste prime e generali reazioni del mondo politico e sindacale, nella galassia cattolica invece balza agli occhi un assordante silenzio, quello del “Forum delle persone ad associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del Lavoro”. Insomma il soggetto unitario di interlocuzione con la politica, l'organizzatore del seminario di Todi, non interloquisce affatto sulla riforma del mercato del lavoro, sulla riforma del proprio mondo. Di converso la posizione dei vescovi italiani, ed in particolare della loro espressione organizzata, la CEI, è stata immediata e mediaticamente efficace, ma sembra confusa tra profezia – Bregantini:“i lavoratori non sono merce!” - e attenzione “politica” alla coesione sociale – Bagnasco:“al di sopra di tutto c'è il bene del paese e quindi di tutti coloro che fanno il bene del paese, attraverso il lavoro e non solo” -.
Perché questo silenzio nel laicato?
Perché questa sorta di confusione nelle gerarchie?
Il Forum deve aver tempo per trovare una posizione condivisa? La CISL, tra i promotori del Forum, ha concordato con altri la propria ondivaga posizione in sede di trattative governative? I laici cattolici impegnati nel mondo del lavoro si sentono già abbastanza rappresentati dalle semplici dichiarazioni di principio dei vescovi? Non penso!
E allora? Soprattutto: cosa aspetta il Forum ad interloquire e far sentire la propria voce "unitaria"!? Che si aspetta a promuovere dibattiti e confronti, a cercare soluzioni possibili? Mah!? 
E' un fatto che le prime reazioni della galassia cattolica di fronte ad una riforma che scuote il mondo del lavoro e le fabbriche, appaiono in effetti silenti, confuse, disarticolate e fuori contesto.
Sarò radicale: forse occorre ripensare un certo modo di gestire i rapporti nella poliedrica galassia dell'associazionismo cattolico!
Basta con le associazioni di secondo livello, le associazioni di associazioni, che in concreto non riescono a sintetizzare alcunché, al di là delle buone intenzioni di chi vi partecipa, rischiando di apparire inutili vetrine! Il rischio  serio di tali strumenti potrebbe essere di confondere la ricerca della sintesi condivisa frutto del dialogo, con la semplice giustapposizione delle strutture organizzative giocata su programmi tanto annacquati ed ecumenici da apparire insipidi, privi di spessore e poco interessanti.
In effetti ci vorrebbe una rivoluzione copernicana nel pensare il ruolo del laicato cattolico nella società italiana. Non più cercare l’unità di voce, ma la pluralità delle voci; non più la linea condivisa ma la condivisione delle idee; non più l’unione sui temi e le proposte al fine di  rendere efficiente l’azione politica e sociale, ma il libero ed autonomo dibattito tra associazioni, senza pensarsi come detentori esclusivi del “verbo cattolico”. Pensata così, la diversità di visione e proposta tra associazioni cattoliche nel mondo del lavoro - ma anche in altri campi - sarebbe una ricchezza da sfruttare e non un problema da sterilizzare.
E’ utopico? Forse sì, ma così francamente non si può continuare!

mercoledì 21 marzo 2012

Briganti o pastori!?

No, non è per niente facile per un cattolico ecclesialmente impegnato vivere una dimensione propriamente politica o anche solamente sfiorarne le dinamiche concrete.
In effetti, come ebbe a dire don Tonino Bello, quella del politico "oggi è davvero una vita scomoda"!
Anzi una vita "crocifissa", soprattutto per chi (penso, ce ne siano!) si sforza di vivere questa scelta come "arte nobile e difficile" (GS n°86) e come "maniera esigente di vivere l'impegno cristiano a servizio degli altri" (Paolo VI)!
Scetticismo, cortigianeria, sufficienza altezzosa, isolamento, prese di distanza strumentali, critiche sorde, ironie anche perfide, riserve mentali: il tessuto ecclesiali offre anche questo al cattolico impegnato che scelga di fare il salto e di impicciarsi di politica oggi.
Pacche sulle spalle? Incoraggiamenti? Parole di speranza? Poche!
Sostegno? Stima? La prima, paternalistica ed interessata, preoccupazione è spesso di evitare strumentalizzazioni.
Attenzione alla scelta personale e vocazionale del credente? Accompagnamento spirituale? Raro!
Importante è che l'istituzione di tutti non sia "sporcata" dall'impegno di parte di chi, fino al giorno prima (che so?!) organizzava le veglie in parrocchia o seguiva i gruppi dei giovani! Perché è lapalissiano che se, ad esempio, sei consigliere comunale, poi non puoi più svolgere un servizio ecclesiale (catechista, educatore,animatore, componente del consiglio pastorale ecc..), anche se lo svolgi in maniera egregia. Lo richiede la prudenza, lo impone un mondo che facilmente equivoca!
Insomma il salto in politica del credente impegnato deve essere il più possibile indolore per l'istituzione che deve restare di tutti! E’ una scelta personale che non deve minimamente toccare o coinvolgere la comunità ecclesiale.
Qui sta il punto!
A forza di invocare questa “nuova generazione di cattolici”, di criticare l’attuale offerta politica esacerbata dal conflitto e attendere messianiche “scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico”, abbiamo forse dimenticato che, fino a prova contraria, la politica si fa nei partiti che ci sono e che le scelte politiche vengono prese da chi ha più voti,organizzandosi in soggetti collettivi, i partiti, che non nascono dall’oggi al domani.
Non si tratta di rimpiangere vetusti collateralismi, ma di prendere atto  della schizofrenia di un contesto ecclesiale che spinge all’impegno politico i credenti ma poi li lascia in balia di un mondo “diverso ed alternativo” che non conoscono, segnato da logiche ben diverse da quelle che hanno appreso nel corso della propria formazione . Tanti tentennano nell'impegno, e a ragione!
Qui ci sforziamo di vivere il senso della comunione ecclesiale e della carità, spesso sterilizzando anche eccessivamente la differenza di posizioni e sensibilità, lì sbattiamo contro il conflitto aspro non solo tra partiti ma soprattutto all'interno della parte in cui si sceglie di militare; qui la logica dell'ultimo posto, lì la logica della affermazione di sè; qui la logica della croce, lì la logica del successo.
Tuttavia nulla di tutto quello che si trova lì, nella logica politica, deve stupirci: la conflittualità è connaturale alla politica; l’occupazione dei primi posti è una esigenza fondamentale; la tensione al successo un dato strutturale dell’azione stessa. Politica è sì servizio al bene comune, ma anche (in concreto) gestione del potere sulla cosa pubblica ed organizzazione degli interessi per la trasmissione alle istituzioni della “domanda politica” proveniente dalla società. In sostanza chi sceglie di impicciarsi di politica, non può accontentarsi dell’impegno di testimonianza, ma deve puntare al successo, “in uno stretto crinale che separa gli opposti del machiavellismo e del velleitarismo” (G. Campanini), altrimenti la sua sarebbe un’azione impolitica!
Ma non finisce qui!
Infatti il credente, fatto il salto, si trova a dover fare i conti con un mondo di relazioni dal tutto diverse dalle proprie abituali, anche se non del tutto sconosciute visto che certe logiche “politiche” non sono estranee al concreto vissuto ecclesiale.
Ciò non toglie che il mondo politico sia istituzionalmente un mondo “estraneo ed alternativo” a quello ecclesiale, un recinto diverso.
Chi sceglie di fare il salto è allora chiamato a scegliere come entrare in questo nuovo recinto. A questo punto mi lascio aiutare da una pericope evangelica, quella del buon pastore (“chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. [2]Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore”.(Gv, 10 1-2) che sembra proporre una efficace alternativa per chi voglia entrare nel recinto politico: l’impegno da ladro/brigante o da pastore.
 Ladro e brigante è chi non vuole il bene delle pecore (i politici). In fondo al ladro non gli importa un fico secco di queste persone! Già, sapete, anche quegli imbroglioni dei politici di professione sono persone! La supponenza lascia credere al brigante di essere migliore di loro. Vuole solo approfittarne carpendo posizioni e rendite; non passa dalla porta come tutte le pecore, e tende a sfuggire al tirocinio che impone l’arte “nobile e difficile” della politica, forse perché si sente cattolico ( a che serve questa etichetta in politica?) e, perciò stesso, ricco di moralità da spendere come arma “contro” chi ne sia sprovvisto.
Pastore è invece chi vuole il bene delle pecore che trova nel recinto, ne ha persino cura e vi entra in relazione passando dalla porta come entrano tutte; la sua voce non è estranea a chi sta nel recinto perché prima di tutto ha costruito un tessuto di relazioni significative e,perché no, autentiche con queste persone. Non vuole approfittarne, non crede di essere portatore di alcunché che non sia se stesso e la sua esperienza. E’ un moderato nel senso che accetta il conflitto, ma lo limita e circoscrive. E’ convinto che un Figlio di Dio vale più delle idee che rappresenta e, per questo stesso, è disposto a discuterle. Cerca di dare il contributo che può al meglio che può. Non gli serve presentarsi come  “cattolico in politica”, perché per lui parla l’eloquente coerenza del comportamento e delle scelte.
In sostanza: per iniziare un percorso nobile e difficile di apprendistato politico, non basta fare il salto ma occorre anche cura delle relazioni, stima possibilmente reciproca, autenticità con questo mondo diverso ed alternativo. Ricordava Mazzolari che occorre essere uomini reali e non comparse! Saggiamente il magistero paragona la politica ad un’arte! Un’arte che non si impara nelle scuole ma sul campo stesso della politica, tra fallimenti, rischi, fraintesi e, perché no, successi.
Per preparare i credenti a questo iato negli anni sono state organizzate nelle diocesi d'Italia varie "scuole di formazione politica",non ultima quella grande scuola di formazione politica che è stata l’ultima settimana sociale dei cattolici italiani che ha addirittura stilato un’agenda di priorità.
            Beh... mi permetto di aggiungere che oltre alle agende di cose da fare, ai programmi ed alle discussioni politiche (molto interessante il dibattito sull’ultimo libro di Diotallevi!), occorrerebbe oggi alla Chiesa italiana una maggiore attenzione alla spiritualità della politica per affrontare questa contrapposizione di logiche delineata con la dovuta maturità, sia nell’ottica individuale di ciascun credente che decida di rischiare in questo campo, sia nell’ottica comunitaria delle nostre comunità che attualmente non paiono pienamente pronte ad accogliere e, perché no, sostenere chi scelga di affrontare questa esigente, difficile e nobile strada.

giovedì 16 febbraio 2012

LETTERA APERTA A VITTORIO MESSORI

Caro Vittorio,

ti scrivo da fratello nella fede dalla piccola parrocchia italiana in cui sono da anni impegnato, anche se in fin dei conti ci separa un pò di età e, soprattutto, tanta  e diversa esperienza ecclesiale.
Tuttavia spero in un dialogo fraterno e caritatevole, se riterrai questa lettera aperta degna di risposta e di un po del tuo tempo prezioso.
Ho  letto con estremo interesse il tuo commento apparso sul Corriere della Sera nei giorni scorsi circa le “oscure cronache vaticane”.( http://www.et-et.it/articoli/2012/2012_02_13.html)
Non ho potuto fare a meno di condividere le tue puntuali valutazioni sugli aspetti organizzativi della curia romana e sugli aspetti morali che impongono una riscoperta del valore della fede.
Tuttavia mi ha lasciato pensare, e molto,  la valutazione da te espressa circa il fatto che “non dovrebbe scomporsi  più di tanto il cattolico che non solo conosca la storia della sua Chiesa ma che non sia dimentico degli avvertimenti del Vangelo. Questa Chiesa, cioè, è un campo dove buon grano e velenosa zizzania cresceranno sempre insieme; è una rete gettata a mare e nella quale convivranno sempre pesci buoni e cattivi. Parola di Gesù stesso, che esorta a non scandalizzarsi per questo e a non tentare neppure di dividere il sano dal guasto, riservando a sé questo compito nel giorno del Grande Giudizio”

Mi sono chiesto da credente se poi sia tanto vero che il cattolico formato non debba "scomporsi più di tanto"!

Caro Vittorio io, e penso tanti altri cattolici, vedendo queste “oscure cronache”, mi scompongo, eccome!
Anzi sono proprio fiero di scompormi oltre il limite di fronte ad uno scandalo simile!

Lasciamo stare le interpretazioni del Vangelo secondo cui, tra l’altro, grano e zizzania devono crescere insieme nel campo del mondo non nella Chiesa, e che certamente non merita di essere brandito come arma di discussione.
Sappiamo bene anche che è inutile stracciarsi le vesti di fronte a questo scandalo oscuro. D’altronde in questi casi, più che l’opinione di ciascuno, è importante in fin dei conti l’impegno personale del credente che vive ogni giorno il vangelo sulla propria pelle.
Però qui c’è in gioco tanto di più!
C’è in gioco la vita e la fede di tanti piccoli credenti che ogni giorno nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti affidano a Cristo, anche attraverso la Chiesa ed i suoi ministri, la propria vita.

Non sono d’accordo con questa atarassia un poco forzata, da te auspicata.
Tutto ciò che filtra dalle stanze curiali (regolamenti di conti, lotte di potere tra fazioni, appalti gonfiati, soldi facili ecc.) è francamente intollerabile e ingiustificabile.

Merita provvedimenti severissimi ed esemplari!
Merita un giudizio qui ed oggi da parte di chi ha la responsabilità di esprimerlo nella curia romana, non alla fine dei tempi.
Merita riprovazione e disgusto da parte di tutti i credenti!
Merita parole di fuoco, perchè oggi la parola pubblica nel dibattito ecclesiale è concessa a troppe poche persone ed è utilizzata da troppi per sterilizzare il dirompente messaggio evangelico, rendendo insipido ciò che non è né deve esserlo!

Questo sento di doverti rispettosamente dire.

sabato 7 gennaio 2012

Ho fatto il mio, il resto è di Dio.



In questo nuovo e “critico” anno ci sarà bisogno di tanti uomini forti, giusti, temperanti e prudenti, ma soprattutto pazienti, anzi “martiri della pazienza”, che sappiano sopportare e portare il peso della responsabilità, sentendosi parte del tutto e giocandosi nella speranza.
Uomini che sappiano manovrare all’unisono gli ingranaggi nella storia, senza pensare di risolvere in un solo colpo le situazioni o di fare chissà che cosa per uscire dalla crisi. In effetti questa è la nostra grande prova, oggi. 



Infatti siamo sempre tentati nel presumere che dalla crisi si esca grazie ad uomini "chiave", che abbiano ruoli risolutivi. Un po’ come sta capitando al povero governo Monti dal quale tutti sembrano aspettarsi chissà cosa! Sappiamo però che così non è! L'unico ruolo chiave nella storia, per chi crede, è di Dio. Il guaio è che a volte questi ruoli "chiave" vengono affidati ad alcuni da persone pazze (quelli che vengono considerati i potenti della terra), che non solo pensano che questi ruoli esistano, ma addirittura presumono di poterli distribuire. 
Si cade così in quelle che sono le vere criticità di questa epoca di crisi: l’efficientismo smodato che impone a tutti di essere efficienti per essere inutilmente efficaci; il decisionismo sterile secondo il quale basterebbe la semplice decisione dei più e/o dei pochi “scelti” a cambiare il corso di eventi molto complessi oppure, addirittura, le menti e i cuori di tutti; il conformismo mediocre di chi, sentendosi scelto, ha paura della propria indipendenza di giudizio e si adopera per soddisfare i superiori, credendo così di servire grandi progetti, mentre in realtà serve semplici uomini.
In fondo oggi è troppo comune pensare che la storia sia fatta da tanti piccoli uomini-colonna, i cosiddetti leader, che, scelti dal popolo e/o pre-scelti dai pochi, con il loro impegno sorreggono i destini del mondo e delle nazioni, un poco come le colonne posticce della Santa Chiesa, smascherate nella grotta deserta da Carlo Carretto. 
Il passo è semplice: da ingranaggi in movimento nella storia, da rotelline si diventa colonne! Alla fine puntuale arriva il ragionamento: se non mi impegno “io”, il mondo o quella situazione va a rotoli. Ci voglio “io” oppure (con umiltà...) “anche io”, per risolvere questa situazione, per uscire da questa crisi. 
Invece così non è, perché impegnarsi è importante, come ci ha ben ricordato Hessel nel suo libricino, però non è risolutivo. Si rischia sempre di trovarsi all’inizio come tanti gabbiani Jonathan pronti a spiccare il volo e alla fine come i tristi e miseri gabbiani "ipotetici” di Gaber, “senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito”.






Mi spiego meglio, aiutandomi con una figura di un vero “martire della pazienza”, Alcide De Gasperi.
De Gasperi era una persona di umili origini ma anche molto orgogliosa. Da giovane nel 1904 ebbe modo di scrivere al fratello Mario: “L’Orgoglio è anche il mio castigo!” Incontrò una persona che vide in lui doti non comuni, avendo poi anche il coraggio di valorizzarlo: il vescovo di Trento, Endrici, suo grande elettore in un sistema elettorale ancora censuario.

Il giovane De Gasperi, grazie alle sue doti ed alla possibilità offertagli, divenne così una colonna del cattolicesimo politico nel parlamento austro-ungarico. Si impegnò con vera passione nella stagione che vide la nascita dei partiti di massa. Fece carriera. Fece risultati. Divenne segretario del partito popolare italiano.
Tuttavia di fronte al fascismo, di fronte ad un re ormai deciso verso il totalitarismo, questa orgogliosa colonna scoprì il suo essere solo una rotellina e fallì. Subì l'onta dello scioglimento del suo partito. Rimase senza sostentamento economico. Subì il carcere, la malattia. Lui, orgoglioso, fu costretto a mendicare qualche aiuto per sé e la sua famiglia. Con l’aiuto di qualche amico compassionevole, venne relegato in una biblioteca, tuttavia continuava ad essere isolato dai potenti, artefici del concordato.
Eppure da quel fallimento, da quella crisi, da quel ventennio di amarezza, nacque il grande statista che alla conferenza di Parigi del 1946 prese la parola sentendo: "che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me".

Nel 1943 era ancora pronto ad impegnarsi e a spiccare il volo, questa volta non da colonna ma da rotella. Ancora oggi non sappiamo se poi "Le idee ricostruttive della democrazia cristiana" siano state scritte proprio da lui! Sappiamo però che De Gasperi, appena la storia gliene ri-diede possibilità si fece trovare pronto con immutata passione e si mise al servizio di un processo politico, coinvolse i giovani di Camaldoli, riuscì a condurli “alla stanga”, sopportò critiche anche ingiuste da persone appassionate, intelligenti ed acute, insomma guidò un processo politico: nacque l’irripetibile esperienza della Democrazia Cristiana. In un decennio l'Italia si risollevò dalla crisi.

Si dice che De Gasperi andasse in giro con "L'Imitazione di Cristo" nella giacca. Francamente spero che un giorno lo facciano santo. Forse forzo un poco, però mi piace pensare che una persona così avesse questo motto: "Ho fatto il mio, il resto è di Dio".
Un buon motto per iniziare con pazienza questo nuovo anno. Buon 2012 di amore paziente a tutti!

martedì 13 dicembre 2011

Cinquatanni fa...il Concilio!


Il prossimo Natale, mentre metteremo il bambinello nei nostri presepi, cadrà anche il cinquantesimo anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II.
L'occasione torna utile per una breve riflessione "conciliare"!
In effetti ancora oggi dopo tanti anni il Concilio fa discutere, a volte anche animatamente, dotti e sapienti tra opposte ermeneutiche e letture.
Per tanti il Concilio può apparire come un richiamo stereotipato, un evento lontano, il frutto di una determinata e circoscritta temperie culturale. Per alcuni può diventare un evento da annacquare e de-pontenziare nella sua portata profetica nel nome della continuità della Tradizione. Per altri ancora può ridursi ad un evento da esaltare in vista di altri concili e di nuovi aggiornamenti.
Beh io, classe '75, sono un figlio del post-concilio e la Chiesa pre-conciliare non posso affatto ricordarla, e forse solo per questo dato "anagrafico" sono immune/disinteressato a queste letture. Mi sforzo con semplcità e gratitudine di vivere la mia Chiesa nell'oggi, ed è bene così!
In fondo è confortante sapere che la Chiesa è bella così com'è, con pregi e difetti, grano e zizzania, perché il Maestro l'ha voluta proprio così, riservandosi alla fine il giudizio sugli uomini che l'hanno vissuta e interpretata, e questo al di là di concili ed ermeneutiche! Magari, dopo tutto questo discutere e discettare, un giorno ci troveremo sommersi dalle risa di Dio che ci misurerà sulla larghezza del cuore e non sulla sapienza dei ragionamenti o sulla conoscenza dei documenti.
Per questo sono convinto che il Concilio e i suoi documenti sono ancora vivi e vivificanti solo nella misura in cui riescano ad interpellare ancora oggi i non esperti, i non addetti ai lavori, insomma i cattolici "normali", quelli che bazzicano più o meno regolarmente le nostre chiese e sono a digiuno di teologia ed ecclesialese. Cosa che a me è capitata di recente.
Vado al sodo
Nelle scorse settimana, insieme ad alcuni amici, mi sono imbattuto in un passo della Gaudium ed Spes. Lo riporto: "Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli" (GS n°9)
Con questi amici, per la verità tutti sessantenni e quindi ai tempi del Concilio giovanissimi quindicenni/ventenni, ne è nata una interessante e a tratti sorprendente discussione sul solco dei ricordi personali e delle grandi aspettative della storia.
Beh...  pongo anche qui, alcune delle domande che spontaneamente ci siamo posti insieme a loro, sperando di sollecitare ulteriori riflessioni.
Quale miglior modo per celebrare degnamente quest'anniversario conciliare in questo tempo di Avvento!?
Ecco le domande:
A cinquant'anni dal Concilio il mondo quale strada ha preso?
Ha scelto la schiavitù o la libertà?
Il progresso o il regresso?
La fraternità o l'odio?
Il mondo, l'uomo è rimasto allo stesso punto di allora?
Sono grandi domande ma cercare di rispondere potrebbe risultare un buon esercizio per leggere i segni dei tempi e disporsi nella speranza e nella gioia a quel "martirio della pazienza" a cui faceva riferimento, in un recente libro intervista, Loris Capovilla, il segretario di papa Giovanni XXIII.
D'altra parte la lettera di San Paolo che abbiamo letto nelle nostre assemblee durante la scorsa domenica d'avvento sembrava proprio un ottimo spunto per riflettere sul concilio celebrando quest'anniversario: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono" (1 Ts 5, 19-21).
Buon cammino di avvento "conciliare".