sabato 17 agosto 2013

Congresso provinciale

Pubblico qui una mia lettera inviata oggi agli amici del partito provinciale e del circolo cittadino in merito al prossimo congresso provinciale...


cari democratici
nel 2010 come militante del PD pubblicai una riflessione sul congresso provinciale del PD. In sostanza sostenevo che si stava costruendo "un partito sulla sabbia" perchè si stava trascurando il dibattito e si andava a congresso senza la formale costituzione dei circoli (eccovi il link: http://www.gazzettabenevento.it/Sito2009/dettagliocomunicato.php?Id=16970 ).
Oggi nel 2013 nel ruolo di  segretario del mio circolo di Airola, ugualmente mi piacerebbe proporre un paio di “libere” riflessioni sul prossimo congresso provinciale del PD che spero siano accolte e lette senza travisamenti. Non sono in cerca di visibilità alcuna (per questo questa mail viene inviata in ccn), anche perchè penso che siano riflessioni da condividere soprattutto con voi (iscritti, coordinatori, eletti del PD) che fate parte della nostra federazione provinciale di Benevento. I giornali possono anche essere tranquillamente tralasciati per una franca - e spero proficua -discussione a carattere prettamente interno. Sono certamente riflessioni al buio perchè ancora non conosciamo le regole congressuali; riflessioni che ambiscono ad essere utili per fare un punto e a capo; riflessioni al di là di spifferi e correnti ed di ogni  unanimismo più o meno calcolato. Semplicemente perchè le ritengo utili qui ed ora! Per correttezza vi comunico che stimolano queste riflessioni il passaggio che recentemente ha fatto Giulia Abbate parlando del pericolo di un "congresso di carta" e la successiva risposta di Domenico Galdiero, presidente dei Giovani Democratici, che ha parlato di Mortaruolo segretario "senza se e senza ma". 
A scanso di equivoci...io e Giulia, che tra l’altro fa parte del mio coordinamento di circolo, non ci sentiamo da tempo...

In fondo perchè si fa un congresso? Tra le altre cose, per  verificare ciò che è stato fatto e mettere a punto i propositi futuri!
Ed allora occorre dare atto alla segreteria Mortaruolo - con tale termine non mi riferisco al caro amico Mino, bensì a tutto il gruppo di gestione della federazione- di aver curato e facilitato la costituzione di tantissimi circoli democratici nel Sannio.
D'altronde questa era l'impostazione della segreteria nazionale che con Bersani si è molto concentrata sulla organizzazione del partito, forse con qualche eccesso di nostalgia. La segretaria provinciale ha anche stimolato l'elaborazione di documenti politici e di momenti di confronto interno con i circoli. Ha anche tentato strade di coinvolgimento e confronto con la creazione dei dipartimenti tematici che purtroppo, mi dicono, non hanno avuto tutti i risultati sperati.  Certo, riattivare dinamiche virtuose di partecipazione dopo 20 anni di deserto non è semplice per nessuno. Io stesso me ne rendo ben conto nella gestione quotidiana del mio circolo. Quindi, con equilibrio di giudizio, va riconosciuto questo sforzo organizzativo della segreteria provinciale ed i suoi risultati. I risultati in termini di partecipazione in occasione delle tre tornate delle primarie 2012, al di là di qualche eccesso, sono una prova di questo impegno.
A questa azione sostanzialmente positiva sul piano della cura dell'organizzazione del partito, sul piano prettamente politico ha fatto riscontro una certa ritrosia nella convocazione degli organi decisionali interni per le decisioni importanti. E' un fatto che la direzione provinciale sia stata convocata solo in occasione delle parlamentarie 2012, che la rottura con l'API sia stata decisa in una riunione di segretaria poco partecipata, che alle politiche forse  ci sarebbe stato un accordo con l'UDEUR che non sarebbe passato per gli organi interni, che alle riunioni dei circoli siano presenti quasi sempre gli stessi soggetti (per lo più i circoli dove non amministriamo) e così via. D'altra parte (e qui torno alla mia critica del 2010) una direzione formata senza la costituzione di tutti i circoli – quindi formata in base alle indicazioni degli eletti e su un loro accordo- doveva per forza portare a riunioni poco partecipate e convocazioni sporadiche. Ciò a discapito del valore della partecipazione politica. Di ciò ha piena avvertenza anche il segretario provinciale che ha cercato di porvi rimedio attraverso la strada più ovvia che è stata la continua convocazione dei circoli territoriali.
        Sul piano amministrativo in questi anni abbiamo raggiunto risultati importanti: i nostri amministratori governano i più grandi centri della provincia ed il capoluogo, abbiamo vinto le provinciali, abbiamo vinto la battaglia sull'Alto Calore e tanto altro…
        Sul piano politico registriamo invece un calo consistente di consensi: alla Camera nel 2006 l'Ulivo totalizzò 48.000 voti ed il 26%, nel 2008  (quelle del 33%) il PD alla sua prima prova raccolse 55.000 voti ed il 29 %, nel 2013 prendiamo 37.000 voti ed il 23 %. Abbiamo perso alle regionali. In sostanza dopo l’acme del 2008 il consenso politico del PD a Benevento mostra un trend di lenta ed inesorabile erosione.
        Naturalmente questo calo non è responsabilità della scelte della segretaria provinciale in quanto si inserisce in un trend generale. Non sarebbe corretto addossare ala segreteria Mortaruolo questa croce! Forse con altri candidati avremmo preso un punto in più o in meno, ma il punto non è questo! D'altronde è un calo che ha radici complesse ed ancorate anche nella difficile fase che sta attraversando il quadro politico nazionale e regionale. 
        Tuttavia nella federazione sannita la riflessione circa il rapporto tra un partito così forte tra gli amministratori del territorio e il consenso alle politiche si impone. Non vorrei che stessimo ballando sulla tolda del Titanic...svegliandoci un domani con un partito del 10/15%,  a vocazione minoritaria, che viene abbandonato da tutti i suoi amministratori...è un pericolo reale per tutto il PD ad Airola, Benevento, Napoli e Roma. Ogni livello del partito ha il dovere di porvi argine e rimedio. Quindi anche noi che siamo chiamati a scegliere nel prossimo congresso.
        Tuttavia la situazione sannita ha una piccola peculiarità. L'erosione del consenso politico nella federazione sannita si accompagna alla progressiva emarginazione politica (in qualche caso, come quello di Nardone e Pepe, si tratta di una eclatante auto-emarginazione) di tante personalità che per anni hanno costituito punti di riferimento per molti nel mondo del centrosinistra...senza che emergano nuove personalità che arricchiscano  le dinamiche ed il dibattito interno!!! Un impoverimento preoccupante.
        Non basta logicamente dire, come hanno autorevolmente proposto due sindaci come Insogna e Renzi, che gli amministratori possono fare ben poco per portare un contributo positivo  perché vengono visti come "esattori delle imposte". 
        Il problema è più profondo e potrebbe essere radicato nella mancanza di autorevolezza della politica in generale redicata in diffuse pratiche clientelari, nella lunga agonia dei grandi partiti terminata nel 1992 e nella dissoluzione di ogni cultura del confronto deliberativo ed efficace che l'efficientismo tendenzialmente monocratico di questo ventennio ha imposto a tutti. Magari dipendesse solo dalle nostre scelte congressuali provinciali o dall’impegno dei sindaci!
        Tuttavia, al di là di queste note, appare evidente che se i tanti eletti del PD non incidono sul risultato elettorale del PD, il partito provinciale deve tentare di vivere di vita propria svincolandosi dall'apporto decisionale e decisivo degli eletti. Bisogna tentare una strada diversa che rinsaldi la soggettività politica del partito e lo restituisca ad una "coerenza democratica" che a tratti sembra svanire sotto il peso di scelte politiche che a volte sono sembrate poco trasparenti. Saranno cose già sentite ma oggi paiono non rinviabili e proprio necessarie!
        Ormai siamo abbastanza grandi per metterle in pratica!!
        Non si tratta di una sterile contrapposizione tra partito ed eletti che non sarebbe utile agli uni ed agli altri. Gli eletti – dal nostro unico deputato al consigliere regionale ai tanti sindaci e amministratori - devono restare punti di riferimento autorevoli del partito! Si tratta solo più semplicemente di ricalibrare e riequilibrarne il peso politico nella struttura decisionale del partito.
        Ciò significa, ad esempio e più prosaicamente, che all’esito del prossimo congresso provinciale sarebbe auspicabile che nella composizione degli organismi direttivi interni fosse privilegiata la presenza di chi si dedica esclusivamente al partito. Ad esempio gli eletti potrebbero partecipare agli organismi decisionali del partito senza diritto di voto. E' un punto importante perché il partito non può essere quella stanza dove si dividono i posti, cioè non può essere un mezzo al servizio della carriera politica di alcuni.  Anche perchè a volte quella "stanza" dove si decide non sta più neanche nel partito...che rischia di fare la figura del comodo cagnolino al guinzaglio.
        E' un discorso naturalemnte che coinvolge il partito a tutti i livelli dai circoli al livello nazionale.
        Per questo anche io sono preoccupato per un “congresso di carta” in cui, dietro ad un unanimismo di facciata, si continui a combattere battaglie personali tra gli eletti che di politico hanno ben poco. Un unanimismo del genere, in definitiva paralizzante, crea l'effetto di nascondere la polvere sotto il tappeto e non farà affatto bene al futuro segretario provinciale “voluto da tutti” ed alla crescita in termini di consenso e di livello del confronto della nostra Federazione provinciale. L’unanimità è cemento di una leadership forte ed autorevole ma a volte è debolezza quando non si incarna in processi deliberativi e partecipati. La vicenda bersaniana che dopo 4 anni è arrivata al triste epilogo della sconfitta e delle dimissioni attraverso una serie infinita di voti unanimi è li a ricordarcelo!
        La federazione provinciale non può essere ostaggio di dinamiche personalistiche funzionali all’ascesa nelle cariche pubbliche di questo o quel “titolare di consenso”, anche perchè è labile il confine tra una legittima aspirazione alla candidatura e la strumentalizzazione delle strutture di partito che rischiano di nullificarsi ed essere in-incidenti. Ci vuole equilibrio. Sempre! Specie nella gestione del potere che quanto più allarga la propria sfera di influenza, tanto più diventa debole rischiando di travolgere se stesso e tutto ciò che lo sostiene, nella specie un partito debole.
        Spero con franchezza che la durezza di queste parole non sia travisata e mi avvio a concludere.
        Mino Mortaruolo, correttamente, ancora non ha comunicato se si ricandida ma ha già ricevuto autorevolissimi endorsment.
        E' vero...la soluzione Mortaruolo potrebbe avere un larghissimo ed unanime consenso, anche perchè la sua gestione ha fatto cose buone e si deve pur sempre tener conto dei limiti e della complessità di questa fase politica....
        Tuttavia sembra giusto chiedergli – so di sfondare una porta aperta, essendoci confrontati già-, nel caso decidesse di cedere alle pressioni del partito per una sua ricandidatura, di essere egli stesso artefice di un nuovo corso che coinvolga tutta la  giovane generazione di dirigenti dei circoli che insieme a lui stanno costruendo questo nuovo partito, tentando  in prima persona  la strada faticosa della mediazione politica e guidando democraticamente i processi decisionali nel confronto serrato con tutte le aree.
        Occorre in definitiva che vi sia una necessaria discontinuità nella gestione del partito provinciale secondo una linea che privilegi le scelte partecipate all'interno degli organi decisionali  che devono essere sempre convocati per dibattere prima di decisioni importanti (come ad esempio in tema di alleanze o  di primarie) e l'apporto decisivo di uomini di partito della nuova generazione democratica che non siano pescati nel loro maggior numero tra gli eletti o - il che è peggio - da loro semplicemente indicati senza alcuna responsabile riflessione circa l’impegno già dimostrato per il progetto “partito democratico”.
        Vorrei in sostanza una direzione ed una segreteria provinciale che siano completa espressione del segretario provinciale - "reale" punto di equilibrio della federazione - e composte nel loro maggior numero da esponenti che siano espressione dei circoli territoriali. Ciò non esclude la presenza autorevole di eletti negli organi di partito ma comporta semplicemente la necessaria riduzione del loro peso decisionale nella struttura.
        In questa fase, in assenza di regole congressuali e di candidature ufficiali, non mi sembra prudente esprimersi sul "chi" della prossima segreteria. Sarebbe oltretutto intempestivo e scorretto verso i miei iscritti con i quali ancora non ho avuto modo di dibattere sul punto. Tuttavia personalmente mi aspetterei che la futura segreteria provinciale, sia che sia scelta unanimemente nella persona di Mino o di altri sia che sia scelta su candidature contrapposte, accolga "questi se e questi ma".
               
        Chiedo la luna!? No, chiedo che si discuta con franchezza di politica e delle sue forme di organizzazione e che questo partito anche qui a Benevento sia “coerentemente” democratico!!
        Beh…ci sarebbe, tanto altro da discutere ma non voglio dilungarmi… il discorso relativo al PD ed alla sua necessità storica ecc… lo rinvio alla festa democratica di Airola che prevediamo di organizzare a settembre cui siete tutti invitati.
cordialmente a tutti!

diego ruggiero
coordinatore del circolo PD "Aldo Moro" di Airola

martedì 2 luglio 2013

Gli spifferi nel PD sannita

"Grande è la confusione sotto il cielo. Situazione eccellente"
Verrebbe da citare proprio Mao, assistendo al dibattito interno al PD sannita.
Tra lettiani della prima ed ultima ora, renziani dal triplice rito, pittelliani, centristi, riformisti ex diessini, riformisti territorialisti, movimento giovanile, fare il conto delle varie voci che animano il dibattito interno al PD sannita potrebbe essere impresa ardua ma in fin dei conti abbastanza in-utile, visto che il congresso appare ancora una chimera irraggiungibile e ancora s-regolata.
Qualcuno le chiamerà correnti, a me invece oggi sembrano più spifferi, o meglio varchi, che lasciano trapelare un dibattito interno al partito ampio e variegato. Niente da preoccuparsi, quindi! Per ora. Meno male che c'è ancora voglia di discutere… e non è scontato! Come insegnava Lazzati, la diversità di voci nell’unità degli intenti, la cd. unità dei distinti, deve restare la nostra ricchezza.
Ciò che deve invece interessare in questa fase, al di là degli spifferi più o meno interessati, dovrebbe essere la direzione del dibattito apertosi che non può risolversi in un disputa nominalistica tra Renzi, Cuperlo, Fassina, Pittella ecc... Per questo vedo con favore il tema dello sviluppo territoriale, avanzato da Perifano e apprezzo molto il percorso partecipato per il documento sulla agricoltura del PD provinciale promosso da Mortaruolo. Mi sembrano linee su cui vale la pena approfondire il dibattito.
Tuttavia è doveroso aggiungere che in questa fase al Pd sannita dovrebbe importare del Partito Democratico! Dovrebbe importare, tra i tanti temi, un interrogativo molto serio: come procede nella prassi politico-amministrativa del Sannio democratico, per dirla con Ingrao, "l'incontro e lo scontro" tra le diverse visioni della società in rapporto con lo strumento partito e le tante amministrazioni locali democratiche.
Non è fuffa ed è una questione capitale per tutti i democratici. Anche perchè la politica è arte eminentemente pratica che parte da una imprescindibile base speculativa con cui è doveroso confrontarsi, anche aldilà del mero dato numerico del consenso che offusca tante intelligenze politiche ricche di esperienza.
Discutere con parresia e franchezza sul partito, sulla rappresentanza sociale, sul progetto culturale democratico e la sua missione “storica”, sul rapporto tra partito ed eletti, sul rapporto tra democrazia rappresentativa e nuove forme di partecipazione diretta: sono solo alcuni dei temi importanti da affrontare, dopo questi 20 anni di leaderismo decisionista che ci hanno diseducati al confronto efficace e costruttivo dentro i partiti e nella società.
Faccio solo un esempio.
Molti, come Renzi, ritengono fondamentale per il rinnovamento del PD la valorizzazione nel partito degli amministratori locali. Io sono convinto invece che nel PD devono contare sempre più i circoli territoriali, come luogo di elaborazione della direzione politica. Tuttavia si deve prendere atto che il tema del ruolo degli amministratori locali è capitale anche per il futuro del PD sannita che conta una classe dirigente ricca di sindaci: Michele Napoletano, Carmine Valentino, Franco Damiano, Rossano Insogna, Giuseppe Di Cerbo, Enzo Pacca, Mena Laudato, Pasquale Carofano, Floriano Panza, Fausto Pepe, Claudio Ricci, Ada Renzi, Franco Cocca, solo per fare degli esempi.
I tanti amministratori PD sanniti, educati come tanti in un contesto istituzionale che privilegia molto il momento decisorio e monocratico, in che modo interpreteranno sul nostro territorio queste istanze sempre più crescenti di larga partecipazione ai processi decisionali testimoniate dall’avanzata dei movimenti civici?! Ad esempio, per tenere i piedi a terra, quanti dei nostri comuni sanniti sono dotati di regolamenti attuativi dei referendum comunali? Quanto è diffusa tra i nostri amministratori la pratica del bilancio partecipato? Quanti dei nostri circoli premono presso le proprie amministrazioni per l’adozione di questi processi? Naturalmente faccio queste domande perché so che in altri contesti politici non è neppure lecito porle.
La questione è di per sè importantissima per tutti. L’applicazione di questi principi non è più rinviabile a tutti i livelli decisionali del partito.
La stessa vicenda dei 200 voti contro Marini e dei 101 voti contro Prodi non è solo questione di tradimento politico di due fondatori del partito. In effetti dimostra  icasticamente che oggi processi decisionali opachi e non partecipati, non sono garanzia di effettività delle deliberazioni adottate. La gestione successiva del passaggio Bersani/Epifani e l’inescusabile ritardo nella convocazione dell’assise congressuale nazionale, dimostra ancora di più che processi decisionali del genere conducono ad unanimismi paralizzanti. In ambedue i casi la mancanza di trasparenza comporta irrimediabilmente l’inefficacia delle decisioni. C’è naturalmente il pericolo di scadere nell’assemblearismo in cui i grillini si stanno dimostrando maestri incontrastati. Ciò impone, in vista dell’agognato congresso, la necessità per tutti i democratici di scegliere dirigenti del partito a tutti i livelli capaci di bilanciare i processi decisionali con equilibrio ed in maniera trasparente e partecipata.
Così è a Roma, così è a Napoli, così è a Benevento, così è ad Airola.
I circoli territoriali e le articolazioni provinciali, regionali e nazionali del PD in tal senso hanno una grossa responsabilità, perché non possono appiattirsi sulla gestione politico-amministrativa di incarichi e prebende, ma devono perseguire con coerenza l’obiettivo della trasparenza partecipata. Il PD su questi ed altri temi, partendo dai territori, dovrebbe fare una seria riflessione perché se non sarà coerentemente democratico sarà bocciato dalla storia, oltre che dagli elettori.

Diego Ruggiero

Coordinatore PD Airola

lunedì 13 maggio 2013

La crisi del PD!?


Questa crisi del PD arriva in un momento maledettamente inopportuno.
Eppure come dirigenti e militanti siamo chiamati a farci i conti, purtroppo in tempi stretti.
La domanda da cui partire per me sarebbe: dopo queste elezioni possiamo dire che il progetto democratico è fallito?
Non penso. Forse è fallito un progetto di partito per come fino ad oggi si è sviluppato. Niente più e niente meno!
In effetti Bersani si dimette per la complicata gestione del dopo elezioni che ha portato  Marini e poi Prodi ad infrangersi sullo scoglio di dissenso interno a lungo celato dietro l'unanimismo. 
Non si dimette perchè ha perso le elezioni. Lo avrebbe fatto prima!
Tuttavia queste dimissioni sono salutari. Sono il naturale epilogo di una situazione interna incoerente e diventata insostenibile, mettendo a rischio il progetto.
Allora esaminiamola questa situazione.

Il Pd, oltre ad un grande progetto politico, è stato anche il punto di approdo di una dirigenza nazionale ds-dl che già nel 2006 - dopo l'auto-affosamento del primo governo dell'Ulivo, la carta "piaciona" di Rutelli e l'esperienza defatigante dell'Unione - aveva mostrato tutti i propri limiti. Il PD era stato "imposto" alla maggioranza di questa classe dirigente dalla testardaggine prodiana e soprattutto dall'esaurirsi delle ragioni ideali che avevano costituito la loro personale storia politica. A ciò si è sommato, oltre al naturale istinto di auto-conservazione di chi gestisce piccoli e grandi poteri, da un lato la paura dell'apparato diessino (ben più forte e radicato del DL) di perdere terreno, dall'altro la pretesa prodiana di fare del PD un partito fotocopia dell'Ulivo, senza fare i conti con i limiti di quell'esperienza, dall'altra ancora l'evidente sterilità della componente popolare che negli anni ha perso contatto con la propria radice culturale ecclesiale che aveva sempre garantito il ricambio generazionale.
A fianco di questi dati "contingenti", c'è però anche un'altro elemento più profondo da considerare: questi venti anni di seconda repubblica hanno creato un elettorato di centro-sinistra abbastanza omogeneo e de-ideologizzato, quelle "vaste praterie" che Scoppola disegnava ad Orvieto nel 2006. L'interpretazione di questo elettorato costituisce la ragion politica del PD.

Il PD è quindi nato da una effettiva esigenza politica senza un'analisi condivisa dei limiti di esperienze tanto diverse che gli davano vita e con la pretesa di alcuni di farne ciò che essi volevano, per auto-perpetuarsi, senza ri-mettersi in gioco veramente.
In questa situazione il PD è stato guidato da tre segretari, tutti provenienti dalle passate esperienze ma anche innovativi, sui quali vale la pena soffermarsi per capire il cammino che ci ha portati alla crisi attuale.
 In effetti Veltroni nel suo anno e mezzo di reggenza del partito, passando di sconfitta in sconfitta, tutto ha fatto (aprire il dialogo con il Berlusconi della spallata, candidarsi a premier, partecipare alle campagne elettorali, fare interviste) fuorchè fare ciò  che è chiamato a fare un segretario: radicare il partito.
Così l'intuizione della "vocazione maggioritaria" si è persa dietro la contingenza elettorale e tante parole.
Lo ha seguito poi  Franceschini  in una situazione di tregua armata, in quanto frutto di un compromesso tra dirigenti. Tante parole in attesa del congresso, ma per forza di cosa poche realizzazioni
A questa prima fase di segreteria è seguito Bersani che ricordiamolo fu eletto col 53% dei suffragi in primarie aperte. Fu una corsa vera. Si voleva in effetti fare chiarezza sul partito. La piattaforma programmatica di Bersani era molto centrata invece su ciò che era in precedenza mancato: il radicamento del partito, la ditta. A margine c'era una impostazione decisamente di sinistra ma non esplicita, almeno per quanto attiene ai documenti politici. Questa linea di sinistra "effettiva", con l’approssimarsi delle elezioni, ha preso centralità e guidato il partito ad un'alleanza con SEL, senza se e senza ma. Lo testimonia la feroce epurazione dalle liste per le scorse politiche dei sottoscrittori dell'agenda Monti. Prima delle elezioni Bersani ripeteva come un mantra: "noi organizziamo il nostro campo e loro quello dei moderati". Un piglio decisionista e privo di sintesi che evidentemente non ha pagato alle urne. Anche nella prassi del partito Bersani ha privilegiato in ruoli chiave uomini "di sinistra". Stumpo (organizzazione), Orfini (cultura), Orlando (giustizia), Fassina (economia), Speranza (capogruppo deputati): tutte persone cresciute a pane e sinistra giovanile, organizzazione oggi soppiantata dai Giovani Democratici che a tratti vivono con fatica il percorso verso la reale e necessaria sintesi culturale democratica. A ciò si è accompagnato il grande merito di Bersani: il radicamento dei circoli e delle Federazioni del PD. Alla fine il PD oggi c'è, con una sua organizzazione autonoma dai partiti fondatori. A Bersani ciò va riconosciuto. Ha creato un campo contendibile!


Se questi sono i fatti, oggi il partito vive una crisi profonda che a mio avviso è salutare.
Perché è chiaro che ad essere sconfitta alle elezioni non è stata la figura di Bersani ma una impostazione di partito che si è stratificata in questi 5 anni e mezzo.
Se quest’analisi è condivisibile, sono utili pertanto alcune considerazioni.
1) Il Pd deve darsi un missione storica: non è solo l'unione di riformismi giustapposti ma un partito che cerca di interpretare una sintesi politica ormai già matura nell'elettorato.
2) La coerenza democratica è la chiave per tale interpretazione. Vuol dire che questa comunità politica deve comprendere il valore "nobile" della partecipazione dei cittadini alla polis. Con la democrazia non si scherza, soprattutto oggi non si gioca. Dire che si è contro le correnti, vuol dire valorizzare il dibattito, il confronto serio ed appassionato. Vuol dire nella pratica del partito valorizzare gli organi attraverso cui si esprime la vita democratica interna alla comunità politica.
3) La direzione di sinistra non ha pagato in termini elettorali. Il Pd non è il restyling del PCI-PDS-DS. Ciò non significa che il PD debba automaticamente scegliere vie centriste. Deve aspirare ad essere altro, facendo sintesi tra cattolicesimo democratico e sociale e la tradizione riformista di sinistra. Il PD deve acquistare quella centralità nel sistema politico che imponga l’alleanza ad altri soggetti politici. Ciò non significa egemonizzare il quadro politico ma dirigerlo. Lo potrà fare con posizioni nettamente riformiste in tutti i campi.
4) In effetti il PD non può retrocedere a partito d'opinione, né può continuare ad essere un partito di oligarchie. Né può restare una federazione di potentati. Deve ri-generarsi come partito della “gente”. Deve riprendere il dialogo con la gente cercando di interpretarla prima che dirigerla. Forse il PD fino ad oggi ha peccato proprio in questo: ha invertito quel processo per cui il soggetto politico prima interpreta la società, poi la racconta e le da risposte che sono condivise. Il Pd ha abdicato all’interpretazione, allontanandosi dal suo corpo elettorale naturale (ceti meno abbienti, operai, precari etc…) che gli preferisce da anni  Berlusconi e la Lega e oggi anche M5S.
5) Per fare ciò il PD dovrebbe ripensare il rapporto tra comunità politica e persona valorizzando l’autonomia di coscienza. Ciò non significa che ognuno si regola come gli pare bensì porre limiti espliciti all’autonomia. Ad esempio il voto di fiducia non è un caso di coscienza, votare una legge che permettesse tout court il matrimonio agli omosessuali oppure  l’aborto oltre le 15 settimana lo è.

Spero di esser stato utile ai più, anche se queste sono solo una parte delle valutazioni che mi venivano in mente guardando questa situazione politica contingente. Anche perchè penso che questa non sia una crisi da dissoluzione ma una crisi da crescita democratica.

mercoledì 24 aprile 2013

Formazione dei dirigenti


La lettura di questo articolo di Giancristiano Desiderio mi ha indotto alcune riflessioni. In effetti la rottura del mito "nessun nemico a sinistra" auspicata dal giornalista è uno dei problemi democratici, anche se non il principale. Ma mi chiedo: ha senso dividersi sui posizionamenti politici che mi paiono la questione meno rilevante oggi? Se qualcuno si sente coerente con la propria coscienza ritenendo di militare in un partito di sinistra oppure in uno di centro sinistra, ben venga. Ma non penso che il problema serio del PD sia questo. In effetti il voto per il PdR ha dimostrato che, come ha efficaciemente rappresentato ieri Bersani in direzione nazionale, il PD è vissuto da alcuni più come uno spazio che come un partito.
Oggi occorre però comprendere i limiti di una gestione politica che ha permesso l'ulteriore radicamento di queste convinzioni.
In effetti bisogna seriamente chiedersi come il PD selezione i suoi quadri dirigenti che vivono la nostra comunità politica come uno spazio e non un partito.
A me sembra ad esempio che soprattutto con la gestione Bersani il meccanismo della cooptazione di giovani, a volte ideologizzati  a sinistra (a pane di gramsci e marx, capitale e lavoro, antiliberismo d'antan) provenienti dall'unica organizzazione giovanile (la Sg prima e i GD oggi), abbia rappresentato da un lato una legittima arma di difesa del gruppo dirigente, dall'altro un errore di strategia politica di lungo periodo. Ci voleva un poco più di pluralismo e la previsione di meccanismi di cooptazione più meritorcratici e meno legati al crisma della fedeltà a culture passate. Ad esempio non mi pare che si sia pensato a creare una seria scuola di formazione politica di partito in cui si pensasse di trovere sintesi culturali condivise. E qui c'è l'altro grande problema: dall'altro lato la cultura cattolico democratica non ha saputo rinnovarsi. E' un dato di fatto che quel processo osmotico che permetteva alla fine degli anni '80 l'emergere di figure come la Bindi si è dissolto, vuoi per il ritirarsi dell'associaziosmo cattolico vuoi per l'incapacità di saperlo ri-generare. Di fronte a tale dissoluzione, proprio quella generazione della Bindi, non è riuscita a creare nuovi strumenti se non la cooptazione difensiva dei fedeli. Così da un lato una forte organizzazione radicata in una cultura forse d'antan , dall'altro l'assenza di una proposta di partito, stanno finendo per tramortire il futuro dell'ultimo vero grande progetto politico del XX secolo. Io però continuo a crederci - e non per una ottimismo gramsciano - perchè penso che il progetto Democratico sia la risposta a questa crisi perchè, superando la frattura illuminista, riesce a guardare il mondo con gli occhi dei più deboli da sinistra e/o centrosinistra col trattino o senza. Dobbiamo solo abbandonare i vecchi clichè.


 Le possibili trasformazioni del Pd

DESIDERIOdi Giancristiano Desiderio
Il partito inutile  – è inutile dire chi sia perché lo sapete benissimo -  si è dimostrato talmente inutile che per ricavarne qualche briciola di utilità si è dovuto attendere che diventasse acefalo.  Siccome è un partito in cui tutti  – non solo Bersani -  prima si sono montati la testa e poi, per la troppa vanagloria, tutti l’hanno perduta, oggi è un partito senza capo né coda. La battuta di Flaiano, che non va mai sprecata, è qui perfetta: l’insuccesso gli ha dato alla testa.  Però, il partito inutile proprio perché non ha più la sua testa, che dalle nostre parti si chiama “capa gloriosa”, può oggi essere utile all’Italia ascoltando ciò che saggiamente dice Giorgio Napolitano.
Che cosa ne sarà del partito inutile? La domanda non mi eccita, né ho la sfera di cristallo per poter rispondere. Si può osservare, però, che se con il congresso prossimo venturo il partito inutile inseguirà ancora una volta il mito della “vera sinistra” e non toccherà il tabù che non vuole che ci siano nemici a sinistra, allora, il partito inutile sarà del tutto perso e destinato per sempre all’inutilità con, purtroppo, danni permanenti alla democrazia italiana. Se, invece, si prenderà atto che per avere un partito di sinistra ragionevole e adulto, cioè riformista, è necessario avere almeno due sinistre e lasciare alla propria sinistra un partito ancora ideologico, berlingueriano, ex comunista ci sarà qualche speranza di trasformare l’acqua in vino e, con un po’ di fortuna che non guasta mai, provare a costruire quella democrazia dell’alternanza che finora abbiamo solo parodiato. Per raggiungere questo scopo c’è bisogno di due cose: idee chiare e sincere fino alle lacrime e una scissione in cui gli adepti della “vera sinistra” prendano armi e bagagli e vadano a trovar casa altrove. O in una cosa-casa loro o a casa Sel. Il congresso del partito inutile sarà serio solo se sarà impostato così, altrimenti sarà una pagliacciata.
Per capire l’utilità di un congresso serio possiamo far riferimento alla situazione di Benevento. Oggi il capo del partito inutile è Umberto Del Basso De Caro. Il sindaco fa parte delle medesima inutilità. E così a scendere per li rami. Il deputato sannita al momento della scelta congressuale non sarà riformato perché farà la scelta riformista. Chi, dunque, a Benevento vuole restare nella casa dei democratici dovrà coabitare con Umberto che non ha nessuna voglia di sloggiare (e ha anche ragione) e punterà sulla trasformazione di sé da bersaniano a ciò che sarà utile trasformarsi. I sostenitori di Matteo Renzi devono, dunque, mettere in conto il riformismo-trasformista di Umberto al quale vorranno senz’altro contendere la guida del partito beneventano. Sul piano locale, infatti, la trasformazione del gruppo dirigente del partito inutile continuerà stabilmente la inutilità del partito inutile. Come reagirà il gruppetto dei renziani, il cosiddetto Big Bang? Non ha molti numeri ma ha idee e dovrà farle valere perché le idee non basta averle.
Altra storia per i giovani che purtroppo sono già vecchi. La loro posizione è quella del più ferreo antiberlusconismo ed è riassunta dallo striscione appeso al balcone della sede del partito: “No al governissimo”. Perché? Perché c’è il Caimano. Con queste idee sono destinati a finire nella bocca del Caimano locale del loro partito. La loro virtù è la gioventù ma la giovinezza in politica, come ripeteva Aristotele e testimonia per noi Napolitano e tante altre cose  – almeno per chi sappia un po’ di storia -, non è miracolosa perché l’intelligenza politica è figlia dell’esperienza. Se a Benevento i giovani vogliono rinnovare il partito inutile e renderlo almeno un po’ utile a loro e alla città non hanno altra scelta che assumere la stessa posizione di Umberto ossia quella riformista e così dargli battaglia sul suo terreno con  – questa volta -  un vantaggio: mentre il deputato si sarà trasformato, loro potranno far valere le ragioni del ricambio, soprattutto se si uniranno al renziani. Invece, se resteranno su posizioni sterili e inconcludenti saranno mangiati in un sol boccone dal Caimano democratico e continuando la tiritera della “vera sinistra” faranno la fine di Pinocchio nella pancia della balena, senza neanche l’aiuto del buono e paziente Geppetto.


martedì 9 aprile 2013

Civitanova

Dopo la tragedia di Civitanova il mio carissimo amico Peppe - trascorsi politici ed impegno costante per gli ultimi della terra in una ONG, Africa Mission- mi scrive:"Mi vergogno come cristiano e prima di me si dovrebbe vergognare il governo italiano di fronte alle tre morti assurde di Civitanova Marche. Chiedo una preghiera per loro"
Ci penso da giorni a questo sms, cercando la risposta.
E poi penso alla morte di Peppe Burgarella, lavoratore che si è ucciso in nome dell'art. 1 della Costituzione.
E poi a quella di quell'imprenditore di Frosinone operante nel campo dei trasporti che si è tolto la vita per la perdita delle commesse e la paura di licenziare 35 persone; o a quella dell'altro imprenditore di Vigonza che faceva biciclette e, non riuscendo a venderle, aveva tentato invano la strada della riconversione produttiva nell'arredamento. Tutte morti auto-inflitte negli ultimi mesi; tragedie umane che trovano le proprie cause in difficoltà economiche da cui non si vede l'uscita, in un senso di colpa per le persone affidate o per una dignità che si sente perduta.
Comunque poi l'ho anche incontrato il mio amico Peppe.
Mi ha fatto vedere anche alcune risposte a quell'sms.
Un giudice gli scriveva: "ho tardato a rispondere perchè non ho parole. E il brutto è che ci si abitua."
Un prete impegnato nel sociale: "Mi unisco alla tua reazione e rabbia per quanto accaduto. Io non sono andato a votare perchè non ho voluto essere complice di queste strutture di peccato che sono governo e partiti."
Un'altro prete da parrocchia, eloquentemente senza parole: "....."
Che dire? Mi chiedo, un po a voce alta, cosa potremmo mai fare come cristiani per evitare queste tragedie, oltre a vergognarci?!
Parlandone con il mio parroco, mi ha fatto una giusta osservazione: "noi siamo sempre disponibili ad aiutare chi è in difficoltà, ma se queste persone non ci fanno conoscere i loro problemi, cosa possiamo mai fare in concreto per evitare i suicidi?! Io quando ho saputo, ho cercato di incidere! Poi è anche vero che nella Chiesa ci sono tante esperienze di aiuto a queste situazioni, portate avanti dalla Caritas e altre associazioni. Non possiamo addossarci anche la colpa di queste tragedie, quando lo stato latita."
Possiamo pregare, certo! Ma poi è evidente per tutti che, come osservava il card Martini nel suo ultimo libricino "Il vescovo" a proposito della carità del vescovo, quando Dio ci chiederà della nostra carità, "non potremo delegare la risposta alla Caritas!"
Vorrei tanto sfuggire alla facile accusa ai politici - magari fosse così, allora votando i politici giusti dovremmo iniziare a stare tutti meglio! Neanche però mi va di cedere alla facile auto-assoluzione della colpa collettiva.
Allora mi chiedo se, come credenti , facciamo tutti abbastanza in termini di vicinanza, progettualità e, perchè no, di concreto aiuto a chi fa impresa ed è in difficoltà economica?
Ritorno con la mente ad un cattolicesimo sociale, incontrato sui libri, che in Italia ha inventato le "Settimane sociali", le cooperative di credito e quelle di lavoro.Penso ad esempi di parroci e laici che, di fronte alla miseria di una Italia pre-industriale, fondavano cooperative, prestavano garanzie arrischiando anche patrimoni frutto di una "manomorta" millenaria, mettevano insieme persone!
Penso a politici come La Pira che nell'Italia post-bellica requisiva le case sfitte per far fronte all'emergenza della casa.
Queste persone davano concreti segni di speranza.

E vedo oggi la mia Chiesa italiana, la nostra Chiesa, interrogandomi!

Ad esempio le nostre parrocchie e le nostre associazioni oggi hanno sempre le orecchie drizzate verso le situazioni di difficoltà economica e lavorativa delle imprese? Cercano strade nuove di prossimità a questo mondo? Certo, di fronte a queste morti, abbiamo sempre l'ultima impegnativa parola, in omelie spesso belle e "potenti", dove denuncia e speranza cercano faticosamente di stare insieme.
Però, almeno io, vedo in giro una sorta di incomunicabilità tra il mondo ecclesiale "stretto" (diocesi e parrocchie) e il mondo dell'impresa.
In effetti tutto questo mondo spesso viene affidato (forse è meglio dire "delegato"?) ad un associazionismo cattolico di settore (es: Acli, CdO etc...) che putroppo fatica ad incarnarsi in tutte le comunità ed i territori del paese. In effetti, che ne sanno le nostre comunità ecclesiali delle serie difficoltà operative di un'impresa edile senza il DURC (il caso di Civitanova!), ammesso che tutti sappiano cosa è il Documento Unico di Regolarità Contributiva e perchè e come viene rilasciato dall'INPS! Che ne sanno le nostre parrocchie dei problemi di cui si trova investito una succursale della Compagnia delle Opere davanti ad un imprenditore in cerca di risorse finanziarie oppure un CAF delle ACLI alle prese con le dichiarazioni dei redditi o l’IMU.
Direte, a ragione, che non è affatto questo il compito delle parrocchie! Qualcuno dirà che spetta alla politica o a chi ne ha la competenza.
Tuttavia mi pare evidente dal punto di vista pastorale ed ecclesiale che, se la parrocchia non si interessa dell'impresa perchè ciò è demandato ai competenti e se i compenti a loro volta con la parrocchia non ci parlano, il corto-circuito ecclesiale è nelle cose. Abbiamo una formidabile struttura di radicamento e vicinanza, ma non la valorizziamo in pieno.
Non mancano certo iniziative ed esperimenti diocesani e parrocchiali per così dire "autonomi", ma viene da chiedersi se ne vengano efficientemente misurati i frutti concreti per migliorarli, se si cerca realmente di metterli in rete con ciò che già c’è nell'associazionismo "di competenza" o se, più semplicemente, ci si accontenta del proprio orticello, autoelogiandosi per il poco che si fa?
Ad esempio, per allargare le considereazioni concretamente: l'iniziativa ecclesiale nazionale della CEI, "Prestito della Speranza" (http://www.prestitodellasperanza.it/comefunziona.html) che cerca di porre un mattone per arginare la situazione facilitando prestiti a tassi equi da 6000 e 25000 euro, che frutti sta portando? Deve essere potenziata? Va messa in una rete più ampia? Se ne discute? Ci sta a cuore!? Ha dei limiti? Quanti prestiti riesce a portare a buon fine rispetto alle richieste?
Io ho il dubbio che spesso, sfuggendo a queste considerazioni "concrete", nelle nostre realtà ecclesiali ci lasciamo prendere dalla malattia del burocrate ecclesiale, cioè di colui che si sente a posto quando ha tutto perfettamente organizzato ed in ordine di competenza secondo le superiori prescrizioni, oppure dalla malattia dell'incompetente insoddisfatto, cioè di colui che si lamenta di tutto, lasciandosi scorrere i problemi degli altri sulla pelle, sapendo che è "competenza" di altri affrontarli, salvo poi strepitare contro tutti quando certe tragedie accadono.
Beh, tutto questo ci può anche stare perchè le risposte ad una situazione difficile sono sempre terribilmente complicate e superano lo sforzo del singolo, però non dobbiamo mai dimenticare che alla fine la nostra risposta di fronte a Dio "non potremo delegarla alla Caritas!"

venerdì 15 marzo 2013

Francesco: un papa esigente.



Come se avessi vinto 5 mondiali in un sol colpo!
Questa è stata la reazione istintiva, davanti alla Tv in piedi con la mia famiglia, all'elezione di papa Francesco: reazione legata anche alla speranza profonda, nata nel cuore a pochi minuti dalla fine del conclave - proprio nei momenti prima della fumata in cui veniva scrutinato dai cardinali il suo nome- che fosse eletto proprio lui, Bergoglio. Un "siiiiii" gridato, anzi urlato, e liberante che mi ha tolto la voce per due giorni.

Non dimenticherò mai le lacrime e l'emozione nel sentire la dolcezza con cui pronunciava quelle due parole: vescovo e popolo.
Nemmeno l'intima partecipazione a quella preghiera di benedizione del popolo al suo vescovo!
Due minuti alla loggia delle benedizioni che hanno cambiato il volto della Chiesa!

Ma poi mi sono chiesto: papa Francesco non è uno dei tanti volti della Chiesa di oggi, vescovo tra i vescovi?
Anche papa Benedetto ha fatto scelte importanti che segneranno il nostro cammino.
E' stato un volto diverso da quello di Francesco, ma sempre della stessa Chiesa.

Forse stona un poco in questi giorni di euforia appassionata, ma a me pare importante ricordare che la Chiesa è molto più delle scelte pur importanti che segneranno questo pontificato o quello precedente. La curia, i soldi, lo IOR, gli scandali, le lobby, il carrierismo, l'attuazione del concilio: saranno alcuni dai problemi sul tappeto da affrontare, ma non saranno "il" vero problema per il cammino dell Chiesa.

Il nuovo papa non ha mancato di farcelo notare nella sua prima omelia davanti ai cardinali elettori nella Sistina.
Al di là di uno stile semplice e dignitoso - oserei dire conciliare!- che ci ha colpito tutti, lì papa Francesco ha sottolineato un punto essenziale: l'importanza della croce ed il coraggio di sostenerla.

In effetti questo sarà un papa esigente!
Esigente con la Chiesa, perchè prima di tutto esigente con se stesso.

Camminare, edificare, confessare senza la croce è inutile, ci ha detto nella prima omelia papa Francesco: "Quando camminiamo senza la croce, quando edifichiamo senza la croce e quando confessiamo un Cristo senza croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore. Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti."
Io ci vedo la centralità della stoltezza della croce in un mondo dove il successo e l'efficientismo sono sovrani.

Ci vuole per tutti noi, discepoli del Signorte, "coraggio, proprio il coraggio", come ci ha indicato papa Francesco.

E' il punto spirituale su cui tutti noi, discepoli di Cristo, dobbiamo radicare un deciso cambio di passo, al di là di tanti problemi contingenti che troveranno o meno soluzione.

mercoledì 27 febbraio 2013

Coerenza democratica



Una  "non vittoria" orfana.
E' questa la sensazione che lasciano le prime dichiarazioni dei nostri dirigenti sanniti del PD.
Ci hanno detto che il dato sannita delle politiche 2013 (23,15% alla Camera, - 6,5% rispetto al 2008, +0,53 rispetto alle regionali 2010, pur con il "vociferato" accordo mastelliano) rispecchia un trend nazionale ed è un fatto di pubblica opinione, un profondo sommovimento sociale.
Ma è proprio così? E' questa l'unica spiegazione?
Io, come segretario di circolo e dirigente territoriale del partito, invece mi sento messo in discussione fino in fondo. Mi dicono che non dovrei perchè dovrebbero farlo in primis gli amministratori che guidano la mia città, ma così è!
Può essere tutta colpa di Amendola che non si è opposto efficacemente alle candidature dei paracadutati?
Eppure i nostri candidati e dirigenti hanno girato il Sannio in lungo ed in largo, trovando sempre (77 volte) sale affollate di persone.
I circoli, il mio di Airola tra i primi, si sono impegnati ad organizzare manifestazioni ed eventi dappertutto.
Il Pd -occorre riconoscerlo- è l'unico partito che ha fatto una capillare campagna elettorale sul territorio sannita. O no!?
Allora cosa è successo? Abbiamo sbagliato i candidati?
Non credo che la discussione possa ridursi a questo. Renzi, Refuto Palmieri, De Caro sono persone ben volute, godono di un certo consenso e si sono spese molto per il PD. Allora?
Non si tratta logicamente di riesumare miopemente il dibattito Renzi/Bersani, come qualcuno cerca di fare risuscitando i comitati delle primarie per attacare, forse in maniera sterile ed inutile, la dirigenza attuale in un momento complicato.
Azzardo  due "ulteriori" ipotesi.
Prima ipotesi. 
Il PD a tutti i livelli non ha sbagliato la campagna elettorale che pure ha avuto i suoi evidenti limiti. Ha sbagliato le primarie per i candidati.Infatti le parlamentarie del PD, proposte in fretta e furia in due settimane con regolamento "sbagliato" cucito a misura di dirigenti, sono state un "errore politico" della direzione nazionale, gestito malissimo a livello locale spesse volte senza coinvolgere realmente le realtà territoriali di base. Anche a Benevento.Vedo in quelle parlamentarie, profondamente "incoerenti" con i primi due turni primari, una delle cause della "non vittoria" che ha spostato qualche voto dal PD sul M5S. Di fronte ad un elettorato, anche sannita, stanco e deluso; di fronte ad istanze popolari di forte partecipazione e rinnovamento intercettate da M5S, abbiamo scelto di ri-consacrare col voto dei militanti, forse in qualche caso gonfiato, l'assetto presente di potere del partito. Nessuna novità, solo la succube ri-proposizione di quello che c'era. Anche quel po di timido rinnovamento creatosi è stato infine fagocitato relegato in candidature di servizio.  Un errore strategico e di valutazione bello e buono, condito in alcuni casi da qualche polemica interna di troppo. D'altronde con quelle regole non c'era spazio politico per la costruzione, localmente e in tutta Italia, di alternative di successo. 
Seconda ipotesi.
La campagna elettorale è stata giustamente centrata sul tema del lavoro, spostata molto a sinistra. "Lavoro e moralità" era lo slogan di Bersani, ma nella declinazione dei discorsi è sempre stato a tutti chiaro che nell'endiadi il lavoro è privilegiato. Invece è evidente che gli italiani chiedono alla politica cose fattibili da subito. Forse sanno bene che il lavoro non glielo danno i politici, e sanno altrettanto bene che i politici invece possono riformare subito la politica ed i suoi costi,moralizzandola in un momento di forte crisi economica. Non che il PD non  avesse la moralità della politica nel programma, semplicemente questa non è "la" priorità! Queste elezioni sembrano dirci che la gente ha una priorità diversa (riduzione dei costi della politica, partecipazione e trasparenza) da quella che il PD vorrebbe imporgli. "Il lavoro prima di tutto"è il titolo di un libretto di uno dei nostri giovani dirigenti, Fassina. Beh penso che dopo queste elezioni gli italiani ci abbiano detto: "per noi prima di tutto ci sono altre priorità. Mettele in atto, subito!". Semplice! La lezione? Un atteggiamento di fondo: stare vicino alla gente e non avere l'aria di chi vuole spiegargli qual è il loro bene!
 Per concludere. Cosa imparare da questi errori? In futuro occorre una seria svolta nel partito che a tutti i livelli,  anche nel Sannio, deve diventare con coerenza il “vero partito nuovo” (come lo disegnava Scoppola) che aperto alla societàe alle sue priorità per non rimanere l'insieme di oligarchie e satrapie che pensano per ilbene di tutti.  
Occorre soprattutto un nuovo personale politico che sappia incarnare l'ideale democratico: un personale politico che pensa, dice e fa con coerenza scelte "democratiche" e partecipate. Solo con la "coerenza democratica" riusciremo a riconquistare il nostro elettorato, altrimenti ci aspetta lo stanco declino di una satrapia in disarmo.