mercoledì 28 settembre 2011

Al di là dei pulpiti

Insomma! Pare proprio che i tempi siano maturi per "la nuova generazione di cattolici in politica"!
Da cattolico impegnato, oserei dire militante, e soprattutto appassionato al bene comune mi sento molto provocato da quest’appello. Ma queste sono buone intenzioni e sogni di uno dei tanti laici impegnati in una delle tante realtà ecclesiali italiane.
Infatti, come ebbe efficacemente a dire Romano Guardini, "davanti alla realtà non è bene fare come se essa non esistesse, perche essa si vendica".
Non c’è dubbio che la realtà dei partiti personali, con i quali "qui ed ora" la nuova generazione dovrà fare i conti, sia un contesto che esclude, chiude le porte, sopisce entusiasmi, relegando il valore della partecipazione democratica ad una pia intenzione intellettuale. Oggi conta il leader, mica il gruppo! Contano gli slogan, mica i ragionamenti articolati e complessi!
D'altra parte non può sfuggire come molti, dentro e fuori il contesto ecclesiale, tendano a ridurre questa nuova generazione ad un reggimento di soldatini etorodiretti, “ausiliari della Chiesa”.
Tuttavia se questa è la triste realtà che attende al varco la nuova generazione per consumare la propria vendetta, occorre ribadire la necessità per i cattolici di proiettarsi verso un "non ancora" che oggi non c'è ma che deve costituire l'orizzonte di una speranza praticabile nell’agire politico.
Qui sta il punto della nuova generazione tanto invocata: questa nuova generazione saprà essere fatta di uomini di speranza? Cosa significa oggi essere uomini di speranza in politica?
Ancora una volta mi lascio aiutare da Guardini e dal suo breve breviario spirituale che conclude il breve saggio sul “Potere”: "Agire con fiducia in libertà di spirito, al di là degli impedimenti interiori ed esteriori, al di sopra dell'egoismo, dell'ignavia, del rispetto umano, della viltà. Non qualcosa di programmatico, ma ciò che di volta in volta è giusto qui ed ora: Affermare una verità quando è il momento di farlo, anche se provoca contraddizione e risa...Assumere una responsabilità quando la coscienza dice che è doveroso farlo"
Si tratta di un piccolo programma di vita che forse nulla ha a che fare con programmi politici, strategie di posizionamento, partiti, forum o risposte concrete per l’oggi. Forse pare anche ad una distanza siderale dalla necessità di coniugare “etica sociale ed etica della vita”, invocata dai vescovi. Insomma è proprio un altro pianeta!
Tuttavia è un programma di vita che potrebbe essere utile nel temprare la nuova generazione di cattolici tanto invocata. Infatti uomini animati da una siffatta tempra morale/spirituale potrebbero sfuggire a quella che è la forte tentazione che in questi giorni attraversa il cattolicesimo italiano: il pulpito!
Quanti pulpiti in questi giorni si ergono nel pubblico dibattito a rivendicare una giusta diversità dei cattolici e a condannare l’attuale classe politica! Ciò è più che naturale! Ormai pare che si sia raschiato il fondo del barile della credibilità
Tuttavia simili giudizi sono francamente generalizzanti e coinvolgono persone, storie, contesti e (perché no!?) i sentimenti di chi in buona fede fino ad oggi “ha tirato la carretta”!
E’ troppo chiedere alla nuova generazione che verrà di essere umile viandante,compagno di strada che indica una via da seguire insieme dalla crisi della politica, come il viandante di Emmaus!?
Quale la direzione da indicare? Non mi sento all’altezza di dare una risposta, ma alcuni spunti da dibattere si!
Infatti la nuova generazione di cattolici non dovrebbe cercare leader o “federatori” ma farsi portatrice di una reale e concreta istanza di rinnovamento della politica fondata sul valore della partecipazione alla costruzione del bene comune; non dovrebbe accontentarsi di slogan, ma cercare la complessità dei ragionamenti perché complessa è la realtà da affrontare; non dovrebbe “pre-occuparsi” dell’efficacia del risultato delle propria azione politica, ma impegnarsi prima di tutto ad essere testimone credibile e autorevole di ciò che indica e predica; non dovrebbe ambire ai pulpiti, ma a stare in mezzo alla gente tra piazze e campanili. Insomma una nuova generazione che parte dal basso e dalla quotidianità!
Infine, come ci ricordava Guardini, dovrebbe “agire con fiducia in libertà di spirito al di là degli impedimenti interiori ed esteriori, al di sopra dell'egoismo, dell'ignavia, del rispetto umano, della viltà.
Sono solo semplici spunti che offro alla riflessione di tutti senza chiedere null’altro che un po’ della vostra attenzione che al termine di queste righe mi avrete prestato. Cordialmente!







.

mercoledì 14 settembre 2011

Referendum? Ecco perchè!


Un governo che non governa la contingenza, ormai ostaggio della propria paralisi;
un ceto politico ingessato, asfitico, figlio di una stagione politica in declino;
la diffusa volontà  di partecipare, di rinnovare e di farsi sentire; l'assenza di  una visione di insieme del processo politico.
In questo panorama politico è entrata nel vivo la campagna di raccolta delle firme per l'abolizione della legge cd "Calderoli" che nel 2005 ha riformato la legge elettorale introducendo le liste bloccate e trasformando il Parlamento italiano in un’assemblea di nominati.
La campagna si chiuderà entro la fine del mese di settembre con l'obbiettivo di raccogliere le 500.000 firme indispensabili per celebrare il referendum nella primavera 2012.
Aderire o non aderire? Firmare o no?
La prima e naturale reazione a questa domanda è la solita: un altro referendum?!
Ebbene ci sono a volte alcune proposte politiche, alcune iniziative che inspiegabilmente diventano onda, valanga e movimento di opinione.
In sostanza segnano una svolta.
Aderire oggi a questa iniziativa referendaria vuol dire lavorare per la “svolta”, vuol dire osare il cambiamento.
Perché!?
Non si tratta di discettare sul sistema elettorale più adatto all’Italia, né tanto meno di rompere schemi di alleanze in vista delle imminenti elezioni
Infatti è sotto gli occhi di tutti che la legge “Calderoli” ha segnato il massimo apice ed il naturale epilogo di una politica (quella iniziata con le amministrative del 1993) gridata e imperniata sul carisma del leader fine a se stesso; di una politica dove ciò che conta è la fedeltà al capo al di là di ogni ragionevole dubbio; di una politica ormai degenerata in decisionismo sterile e privo di prospettiva.
Votare contro il cd Porcellum vuol dire quindi votare contro questa degenerazione della politica.
Vuol dire votare a favore di una politica dove i corpi collettivi  non siano asserviti alla volontà di uno solo, dove la partecipazione degli elettori ai processi politici sia la cifra dell’impegno dei leader, dove votare i nostri rappresentati politici è un serio esercizio di discernimento non delegato a quattro capi-bastone ma al popolo sovrano che sceglie chi meglio può rappresentarlo.
Per questo oggi è importante aderire alla proposta referendaria.
Vi invito a farlo.
Ad Airola saremo presenti con un banchetto domenica 18 settembre dalle ore 18:30 lungo c.so Montella.

lunedì 5 settembre 2011

la Crociata del Bene con la Forza degli Onesti

BELLO QUEST'ARTICOLO DEL CARDINALE MARTINI...


 
Quando ogni giorno apriamo i giornali o ascoltiamo le notizie del giornale radio o della televisione, ci sentiamo presi come da uno sgomento, vedendo come tanti principi di convivenza non sono più accettati. V orremmo che queste cose (comportamenti sociali amorali) non esistessero e che chi può esibire lo scoop più grave non venisse per questo premiato con vendite maggiorate. Una particolare causa di tristezza ci viene dalle notizie di sperpero del denaro pubblico. Vorremmo che finisse ogni ipocrisia o buonismo. In tutta questa materia affiora spesso la parola «etica», che appare come la spiaggia della salvezza. Se tutti i politici si attenessero ai grandi principi etici, come quello del primato del bene comune insieme con il rispetto dovuto ad ogni persona, molte cose non succederebbero né sarebbero successe. Ma al di là di tanto parlare, come si ottiene che un uomo si decida a camminare per i sentieri dell' etica, scelga la via del bene, soprattutto quando per essa deve rinunciare a qualche vantaggio o affrontare qualche perdita? Non pochi pensano che sia la Chiesa quella a cui tocca dare il segnale per la grande crociata del bene. Per questo sono doppiamente scandalizzati quando un rappresentante della Chiesa viene coinvolto in affari di dubbia consistenza morale. Ma la Chiesa non ha come suo primo dovere quello di sostenere il comportamento morale degli uomini. Essa deve soprattutto proclamare il Vangelo, che ci dice che Dio accoglie tutti gli uomini, nessuno escluso. Essa deve proclamare il Vangelo della misericordia senza badare a chi ne approfitta per i suoi comodi. Essa fornisce quel tanto di più che ci vuole per fare dell' uomo onesto uno che si ispiri alla povertà di Gesù. Se uno non lascia (almeno interiormente) tutto ciò che possiede non può essere discepolo del Cristo. Qui sta la differenza con tanti sostenitori di etiche di servizio. La Chiesa ritiene di dare con le parole anche la forza per metterle in pratica. Ciò non vuol dire che essa disprezzi l' etica, anzi, è molto preoccupata che l' etica sia ben conosciuta, anche nelle sue motivazioni profonde. Ma un uomo non si cambia a forza di prescrizioni etiche! Pensiamo alla discussione di san Paolo nella lettera ai Gàlati e ai Romani, dove la legge veniva dichiarata santa e buona, ma anche generatrice di peccato. La pura regola etica, non insegna come l' uomo può arrivare alla decisione di servire il bene comune. La forza che Dio dà è quella che fa veramente sussultare il cuore dell' uomo e lo dispone a quello spirito di povertà e rinuncia ad ogni interesse proprio che è la forza di tutti i leali servitori dello Stato, anzi di tutte le persone oneste. Carlo Maria Card. Martini RIPRODUZIONE RISERVATA



Martini Carlo Maria



lunedì 4 luglio 2011

AFFIDARSI A DIO, SEMPRE

Cari amici,
stamattina, sull'autostrada di ritorno dalle mie vacanze tropeane, pensavo: per risolvere la tal situazione farò questa cosa, anzi farò questa strategia, quest'azione...
poi quest'arrovellamento si è fermato e mi sono detto:
Se Dio vuole sarà così.. che sia fatta la sua volontà. Lui mi farà capire se queste azioni porteranno frutto e se sarà il caso di intraprenderle.
I pensieri si sono improvvisamente fermati!
Non ci ho fatto tropppo caso!

Ho continuato con le cose che in quel momento richiedevano la mia attenzione (i bimbi in macchina, la strada, ornella che dormiva dietro)

Beh...poi stasera sono stato a messa con ornella e il vangelo mi diceva :
"Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


(Scusate se parto da una riflessione molto personale però ...sento forte il bisogno di condividere con persone care questa riflessione di cui l'episodio è indispensabile premessa...spero di non tediarvi!)

Che strano questo Gesù: si serve di tutto per arrivare al cuore.
Anche delle nostre strategiche furbate, dei pensieri sconnessi di un momento, della nostra voglia di essere i risolutori dei problemi, del nostro egocentrismo.
Come un lampo, un guizzo nel magma dell'anima si fa strada.
Per Lui ogni occasione è buona per sorprenderti!

Oggi mi ha fatto riscoprire che il segreto di questo "peso leggero" è uno solo:
AFFIDARSI A LUI, SEMPRE!
Nelle cose di ogni giorno.
Con quella sapienza che sempre a Lui rimanda.
Con quella sapienza che riesce a trasfigurare il quotidiano, santificandolo.
La stessa sapienza del cuore che faceva esclamare a Gesù:
"Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre"
"Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano;   eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro."

Quante volte vediamo in giro passeri e fiori di campo.
Pensate!

Solo la sapienza del cuore di Gesù poteva guardare un fiore, un passero o un seminatore, o sentire di la storia di un padre abbandonato dal figlio e trasformarle in icone dell'amore e della misericordia.

Gesù ci invita a guardare e a osservare la vita.

A guardare i nostri fiori di campo!

Un guardare ed osservare che la sapienza del cuore trasforma in affidamento alla sua Sapienza.

Capire questo poi ti porta alla lode del Padre.

Beh...stasera, anzi stanotte, voglio lodare il Padre per avermi fatto capire questo nel mio vissuto quotidiano.

Mi direte: beh sono cose che già sappiamo...non ci serviva certo Diego per dircele.

Però vi dico che è importante, ogni tanto, che i figli di Dioi si dicano certe cose...
perchè solo la testimonianza dei cuori porta nel mondo la luce del Vangelo.


a presto

mercoledì 27 aprile 2011

Amministrative ad Airola

Cinque liste, cinque candidati sindaci e 57 candidati consiglieri: in pratica un candidato ogni 100 votanti circa.
In questo scenario si svolgerà da qui a 20 giorni la campagna per le elezioni amministrative del comune di Airola.
Una effervescenza politica che porta la nostra città ai livelli di Napoli!
Per la prima volta dal 1993, ad Airola i movimenti civici, più o meno riconducibili a questo o quel partito, ma soprattutto legati alla logica del voto di preferenza come principale traino del consenso politico, hanno dettato in maniera esplicita l'agenda degli schieramenti i campo.
Una frammentazione del quadro politico cittadino spiegabile in parte con la riduzione da 16 a 12 del numero dei consiglieri, imposta dalle ultime leggi finanziarie; in parte col logoramento di rapporti politici consolidati ed in parte con una diffusa insoddisfazione per l'attuale quadro politico locale.

E' un bene? E' un male?

Una risposta lapidaria presupporrebbe una adeguata e condivisa chiarificazione sui presupposti e i criteri dell'azione politica: chiarimento alquanto difficile, se non inutile, a 20 giorni dalle elezioni.
Allora forse oggi è utile fare un brevissimo punto su quanto realizzato dalle amministrazioni degli ultimi 20 anni, anche per arrivare ad una riflessione da condividere, che sia utile in termini politici.

In questi venti anni sono stati realizzati ad Airola alcuni grossi obbiettivi, come ad esempio il contratto d'area e l'area P.I.P di via Caracciano.
Altri grandi progettualità sono state messe in cantiere, come ad esempio: il potenziamento della rete infrastrutturale (ampliamento di via Sorlati, realizzazione degli svincoli alla Fondovalle Isclero) e, da ultimo, il Piano Integrato Riqualificazione Urbanistica, Edilizia ed Ambientale, strumento di programmazione urbanistica che forse consentirà nei prossimi 5 anni, se saranno reperiti finanziamenti adeguati, di ristrutturare il Castello medioevale.
Naturalmente ci sono stati (e non sto qui ad elencarli anche perchè ognuno ha le sue liste) peccati "politici" di omissione, cioè cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte oppure cose che si sarebbero potute fare meglio.

Non mi spingo ad attribuire meriti e demeriti a questa o quella amministrazione o, peggio, a questo o quel uomo politico: il giudizio spetta ad ognuno di noi singolarmente secondo le proprie personali prospettive ed informazioni ed i propri criteri di scelta!
Tuttavia, aldilà di quell'ineludibile senso di inadeguatezza tra teoria e prassi (cioè promesse e realizzazioni) che contraddistingue da sempre l'azione politica e che spesso ci porta a severe e giustificate critiche delle amministrazioni uscenti, occorre chiedersi quale prospettiva politica abbia guidato queste realizzazioni e questi progetti degli ultimi 20 anni; se c'è un filo rosso che, nonostante tutto, ha legato il tutto.

Ebbene il fil rouge potrebbe essere individuato nella prospettiva appassionata che diede vita nel 1996 all'Ulivo, come momento di unione delle diverse anime del centrosinistra cittadino. In quegli anni fecondi dell'Ulivo, di fronte ad una difficile crisi economica locale, tutte quelle forze politiche, oggi divise e disperse, del centrosinistra cittadino riuscirono a porre insieme le basi politiche per le grosse realizzazioni degli anni futuri.
Fu quello spirito ad animare, spingere e rendere fecondi grandi progetti e grandi risorse.
A quella prospettiva politica condivisa, nata a livello nazionale dalle macerie della cd. prima repubblica sulla spinte dei più avvertiti e lungimiranti esponenti del riformismo di sinistra e del cattolicesimo democratico, si deve il merito di aver dato amministrazioni stabili e propositive alla nostra città.
Non si dimentichi che ben tre degli attuali candidati sindaci sono stati all'epoca tra i protagonisti dell'Ulivo cittadino.

Purtroppo il passare del tempo, l'inevitabile sfilacciamento dei rapporti politici e, forse, qualche esasperato personalismo hanno esaurito quell'esperienza a livello locale.
D'altra parte è sotto gli occhi di tutti che parte delle realizzazioni degli ultimi 20 anni sono state non adeguate alle promesse fatte a suo tempo.
Tuttavia non si può negare il grosso merito della stagione dell'Ulivo ad Airola: aver dato una prospettiva politica di lunga durata e stabile all'amministrazione cittadina in un momento molto difficile per la comunità.

Oggi Airola si ritrova i protagonisti di quell'esperienza politica locale nei diversi movimenti civici che animano la campagna elettorale.
Tra l'altro la forte frammentazione del quadro politico locale lascia presupporre che la futura amministrazione avrà un consenso non ampio in termini di voti di preferenza.

Questa storia, questo presente e questo probabile futuro inducono ad una riflessione ed un invito.

La riflessione: Airola nei momenti difficili, come il periodo 1993/1996, ha saputo essere laboratorio politico di prim'ordine ed, intorno ad una prospettiva politica, è riuscita a trovare quell'unità che l'ha resa uno dei grossi punti di riferimento politici del nostro territorio. Sicuramente in futuro, non ostante la forte frammentazione politica del momento attuale, saprà ritrovare l'unità di intenti e la forza morale che porterà la nostra comunità cittadina verso un nuovo sviluppo.

L'invito: per questo diventa pressante l'invito a tutti i candidati ad esercitare oggi la lungimiranza, cioè quel sano distacco tra se e le cose che consente di coltivare la nobile, difficile ed esigente arte della politica come impegno al servizio degli altri e del bene comune. Ciò permetterà di tenere bassi i toni dello scontro elettorale e costruire, su una nuova e più condivisa prospettiva politica, il futuro amministrativo di Airola.



Diego Ruggiero, iscritto del PD



lunedì 21 febbraio 2011

Gli amici di Dio

Riprendo con piacere questa perla dal sito vinonuovo.


Vivono tra noi gli amici di Dio. Vivono come tutti: di fatiche e di gioie, di giorni di frenesia e di giorni di festa, di giorni di salute e di giorni di malattia, ma gli amici di Dio vivendo come tutti, vivono in modo straordinario. Come tutti, incontrano la gente: incontrano persone simpatiche e persone insopportabili, hanno amici e talora anche nemici, incontrano tanta gente, come tutti, ma chi incontra gli amici di Dio ne conserva un ricordo particolare. Hanno il loro carattere, come tutti: alcuni sono timidi e altri estroversi e chiacchieroni, alcuni sono irruenti e reattivi, altri sono pazienti e discreti, eppure tutti gli amici di Dio sono come segnati da una disciplina che li rende disponibili anche a quello che non viene spontaneo. Vivono tra noi, gli amici di Dio, non si notano a prima vista, non fanno rumore, eppure sono quelli che tengono in piedi il mondo, quelli che mettono mano alle cose storte e cercano di raddrizzarle: che si tratti di un bambino che piange, di un malato che è solo o dei problemi di dimensione planetaria.


Gli amici di Dio vivono tra noi, vivono come tutti, sono uomini e donne che assomigliano in tutto agli altri. Eppure hanno qualche cosa di straordinario.

Gli amici di Dio vivono una particolare libertà. Hanno consegnato a Dio il loro desiderio di essere felici e perciò non si preoccupano più troppo di se stessi. Sanno che Dio non li deluderà, mai.

Perciò sono liberi. Sono liberi dalla paura: si espongono a tutti i rischi che la missione comporta, non per ingenuità o presunzione, ma per obbedienza. Sono liberi dalla ricerca del consenso, sono liberi dai giudizi altrui: ascoltano tutti e sanno che da tutti devono imparare, ma il criterio del loro agire non è la popolarità o l'approvazione del mondo. La libertà viene da una fortezza interiore dove abita il timor di Dio. Sono liberi dagli interessi meschini. Non si domandano mai "che cosa ci guadagno?", perché vivono di gratitudine. Il dono che hanno ricevuto è talmente grande, talmente gratuito che non possono che condividerlo gratuitamente. Sono disposti a rimetterci persino, non hanno preoccupazioni per il loro futuro.

Sono liberi anche dall'ossessione di verificare i risultati. Si impegnano con tutte le forze, si appassionano alle imprese che li coinvolgono, ma sanno di essere solo operai mandati a seminare. Del raccolto sono incaricati gli angeli di Dio.

Gli amici di Dio abitano in un mistero e ne sono commossi. Sono stati visitati da un invito, sono stati chiamati all'intimità indicibile. Nella solitudine non si annoiano, perché la presenza di Dio non è una parola, ma una comunione tremenda e affettuosa. Amano il silenzio e talora li sorprendi in una preghiera che non riesci a indovinare, nel cuore della notte o all'alba. Non parlano spesso di sé, hanno un riserbo sulla loro vita spirituale. Ma se poni loro delle domande, puoi restare sorpreso per parole di fuoco o per uno zampillare di acqua fresca per la tua sete.

Gli amici di Dio sono gente che vive con uno scopo. I loro obiettivi non vengono dall'ambizione, non sono nutriti dal desiderio di una carriera, dalla presunzione di un protagonismo. Hanno uno scopo, ma è piuttosto l'obbedienza alla missione. In quello che fanno mettono tutto se stessi, non risparmiano né forze, né intelligenza, né risorse, fino al sacrificio. Non hanno un altrove in cui evadere, non difendono le parentesi del loro privato, come possibilità di un'altra vita. Non hanno un'altra vita perché la missione che hanno ricevuto è diventata tutta la loro vita. Si considerano solo dei servi e vivono con fierezza il loro servire, perché conoscono il loro Signore.

Gli amici di Dio ospitano insieme una gioia invincibile e una struggente tristezza. Non si sa come spiegare quello che provano, eppure portano in giro per la città il loro sorriso in cui indovini una gioia che non viene da fortunate coincidenze o dall'assenza di problemi, ma da un'inesplorabile profondità, come una sorgente che non cessa mai di alimentare l'esultanza. Ma la gioia degli amici di Dio non è un ingenuo essere giulivi. Hanno dentro una tristezza struggente: è l'intensità della compassione perché non c'è soffrire che li lasci indifferenti; è il sospiro del compimento perché non c'è giorno della vita in cui non invochino "venga il tuo regno".

Vivono tra noi, gli amici di Dio e passano per lo più inosservati. I titoli dei giornali e le chiacchiere intessute di luoghi comuni li ignorano perché si dedicano alla lamentela e al pettegolezzo, alla critica e alla denuncia, alla retorica e alla mormorazione. Così gli amici di Dio non fanno notizia.

E sono qui anche in mezzo a noi, anche se passano inosservati.

Capita però, talvolta, che un evento straordinario attiri su di loro l'attenzione e allora tutti se ne accorgono e restano ammirati.

Così è stata la vicenda di don Isidoro e la tragedia della sua morte. Un amico di Dio è morto come un agnello immolato e agli occhi di tutti si è rivelata la gloria di Dio che ha avvolto di luce la vita di don Isidoro fin dai suoi primi anni. Così lui, così discreto, così schivo è diventato notizia e personaggio.

Perché mai sarà successo questo?

Io credo che gli amici di Dio compiano la loro missione in vita e in morte. Perciò credo che talora capiti che gli amici di Dio richiamino l'attenzione di molti perché tutti si possano sentire rivolta una parola, un invito, una domanda.

Vuoi diventare anche tu amico di Dio? Io ti dico che ne vale la pena!

mons. Mario Delpini, vescovo ausiliare di Milano
omelia pronunciata il 14 febbraio 2011 nel 20° anniversario della morte di don Isidoro Meschi

giovedì 17 febbraio 2011

una umiltà collettiva

De Rita in questo editoriale colpisce nel segno. Molto istruttivo.
Una unilta collettiva!!! bello.


Italia Ostaggio del Degrado

GOVERNARE LA CONTINGENZAIl commento
Italia Ostaggio del Degrado
Alcuni amici stranieri, attribuendomi una autorità morale che forse non ho, mi rimproverano da tempo di non esprimere adeguata indignazione, adeguato richiamo etico, almeno adeguata segnalazione del senso del ridicolo rispetto allo spettacolo che va da mesi in onda nella nostra arena pubblica.
Qualche scusante più o meno giustificativa penso di averla. Anzitutto non mi indigno, perché avverto che l'indignazione serve molto per infiammare gli animi ma poco per stabilire una seria dialettica politica, al di là delle strumentalizzazioni spesso taroccate che essa subisce. In secondo luogo non faccio richiami etici, perché sono convinto che il moralismo non si traduce mai in cultura di governo e che ancor meno ci si può aspettare dall'immoralismo di potere, specialmente in una società dove tutto galleggia su una diffusa amoralità quotidiana. Ed in terzo luogo non segnalo i pericoli di cadere nel ridicolo, perché temo che sia una battaglia persa in un sistema dove una suora conciona le folle e dove centinaia di parlamentari sottoscrivono versioni inverosimili (tipo «la nipote di Mubarak») su vicende su cui ridacchia anche il mio portiere romeno.
Non me la sento quindi di esercitare la triplice nobiltà che mi è richiesta, anche perché, anzi specialmente perché, sono convinto di un'altra e seria verità: questo è un Paese che ha un drammatico bisogno di essere governato, ma dove è proprio nel vuoto di ogni cultura di governo (cioè di comprensione e gestione del sistema) che la dialettica sociopolitica ha subito una torsione verso il basso, verso pulsioni emotive spesso avventate, verso comportamenti di pura inerzia di potere. O ci diamo una mossa a elaborare una nuova cultura di governo o continueremo ad esser prigionieri del degrado, anche istituzionale.
Da dove si parte per tale elaborazione? La risposta è difficile e comporta l'umiltà di tempi lunghi, perché il primo passo, assolutamente indispensabile, è quello di mettere in ombra per qualche anno le due parole-mito degli ultimi decenni: programmi e riforme. Non illudiamoci: chi propone programmi (magari straordinari, magari enfatizzati a «frustate») rischia di scrivere inutili scenari o pacchetti di improbabili misure; mentre chi propone riforme rischia di ripetere ipotesi ormai strutturalmente incapaci di tradursi in incisive decisioni strategiche. Posso dichiarare il mio personale dispiacere, ma non posso fare a meno di dire che i due strumenti sono troppo usurati per far da base ad una cultura di governo buona per gli anni futuri.
Avanzo quindi l'ipotesi che oggi occorre attrezzarsi a «governare la contingenza», cioè i fenomeni ed i processi che via via si presentano nell'evoluzione socioeconomica, senza farsi prendere dalla nostalgia per la magica parola «vision» su cui si basa il cosiddetto primato della politica.
È infatti evidente che nella società moderna «non ci sono che processi» (dalla globalizzazione all'esplosione dei flussi migratori), che spiovono dal di fuori e creano incertezze e sfide per tutti i soggetti sociali, piccoli e grandi che siano; essi di conseguenza possono essere gestiti solo fenomeno per fenomeno, soggetto per soggetto, caso per caso, decisione per decisione, in un crescente primato della contingenza.
È la indiscutibile realtà di fatto, con tutta la sua carica di relativismo nei giudizi e diempiria continuata nei comportamenti. Ne troviamo più che facile conferma nella attuale situazione italiana dove dobbiamo fronteggiare solo delle contingenze: la ripresa degli sbarchi di immigrati, la esplosione politica del Nord Africa, il rientro dal debito impostoci dalle nuove direttive europee, l'egoismo aziendale di molte imprese che vivono di globalizzazione, la risistemazione della finanza locale in vista del federalismo, l'incidenza del permanere della crisi occupazionale sulle decisioni economiche delle famiglie, la bolla dei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Bastano, credo, questi fenomeni per mostrare quanto sia fuori luogo una politica centrata su programmi e riforme; e quanto siamo obbligati a introiettare la contingenza come riferimento strutturale di una cultura di governo meno nobilmente ambiziosa e più faticosamente quotidiana di quella che ha ispirato la politica negli
ultimi decenni. Ed è questa la prospettiva su cui un po' tutti dobbiamo fare maturazione culturale: dalle imprese alle istituzioni, dalle famiglie alle rappresentanze d'interesse. Uniti tutti nel misurarci sul contingente, nell'incertezza e addirittura nella finitezza dei nostri poteri; e con una conseguente umiltà collettiva che ha meno riscontri mediatici ma maggiore qualità etica rispetto alle troppe indignazioni che oggi tengono banco.
Giuseppe De Rita