martedì 3 aprile 2012

Una ricchezza da non sterilizzare

Al di là delle discussioni sul merito della  riforma del lavoro proposta dal ministro Fornero che ci appassioneranno nei prossimi mesi, oggi sembra abbastanza lecita ed utile qualche cosiderazione sulle prime reazioni delle parti sociali e del mondo politico,  specie in rapporto al variegato mondo dell'associazionismo cattolico.
In campo sindacale le prime reazioni paiono molto "politiche".
Come spiegare altrimenti un accordo, quello di CISL,UIL e UGL , concesso a verbale su un progetto non definito ed oggi già modificato;  oppure come spiegare un disaccordo, quello della CGIL, per alcuni versi abbastanza motivato ma dal sapore ideologico, quanto a declinazione concreta; oppure la posizione critica di Confindustria che pure ha ottenuto tanto sui licenziamenti economici!?
In parlamento i partiti sembrano “ingessati” nella necessità di presidiare la propria sfera di consenso sociale. Solo così si spiegano alcune posizioni fuori tono all’interno della maggioranza che sostiene questo governo e i niet delle opposizioni.
Tutte queste posizioni, tuttavia, sembrano comunque contestualizzate e ancorate al vissuto concreto della gente: i lavoratori, i cd esodati, gli imprenditori, le partite iva, i pensionati. Sindacati, partiti, governo, maggioranze, opposizioni in effetti sono alle prese con problemi molto seri. Pertanto già prendono posizioni, presidiano interessi, preparano discussioni ed iniziative, cecando di contestualizzarsi rappresentando possibili prospettive.
Di fronte a queste prime e generali reazioni del mondo politico e sindacale, nella galassia cattolica invece balza agli occhi un assordante silenzio, quello del “Forum delle persone ad associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del Lavoro”. Insomma il soggetto unitario di interlocuzione con la politica, l'organizzatore del seminario di Todi, non interloquisce affatto sulla riforma del mercato del lavoro, sulla riforma del proprio mondo. Di converso la posizione dei vescovi italiani, ed in particolare della loro espressione organizzata, la CEI, è stata immediata e mediaticamente efficace, ma sembra confusa tra profezia – Bregantini:“i lavoratori non sono merce!” - e attenzione “politica” alla coesione sociale – Bagnasco:“al di sopra di tutto c'è il bene del paese e quindi di tutti coloro che fanno il bene del paese, attraverso il lavoro e non solo” -.
Perché questo silenzio nel laicato?
Perché questa sorta di confusione nelle gerarchie?
Il Forum deve aver tempo per trovare una posizione condivisa? La CISL, tra i promotori del Forum, ha concordato con altri la propria ondivaga posizione in sede di trattative governative? I laici cattolici impegnati nel mondo del lavoro si sentono già abbastanza rappresentati dalle semplici dichiarazioni di principio dei vescovi? Non penso!
E allora? Soprattutto: cosa aspetta il Forum ad interloquire e far sentire la propria voce "unitaria"!? Che si aspetta a promuovere dibattiti e confronti, a cercare soluzioni possibili? Mah!? 
E' un fatto che le prime reazioni della galassia cattolica di fronte ad una riforma che scuote il mondo del lavoro e le fabbriche, appaiono in effetti silenti, confuse, disarticolate e fuori contesto.
Sarò radicale: forse occorre ripensare un certo modo di gestire i rapporti nella poliedrica galassia dell'associazionismo cattolico!
Basta con le associazioni di secondo livello, le associazioni di associazioni, che in concreto non riescono a sintetizzare alcunché, al di là delle buone intenzioni di chi vi partecipa, rischiando di apparire inutili vetrine! Il rischio  serio di tali strumenti potrebbe essere di confondere la ricerca della sintesi condivisa frutto del dialogo, con la semplice giustapposizione delle strutture organizzative giocata su programmi tanto annacquati ed ecumenici da apparire insipidi, privi di spessore e poco interessanti.
In effetti ci vorrebbe una rivoluzione copernicana nel pensare il ruolo del laicato cattolico nella società italiana. Non più cercare l’unità di voce, ma la pluralità delle voci; non più la linea condivisa ma la condivisione delle idee; non più l’unione sui temi e le proposte al fine di  rendere efficiente l’azione politica e sociale, ma il libero ed autonomo dibattito tra associazioni, senza pensarsi come detentori esclusivi del “verbo cattolico”. Pensata così, la diversità di visione e proposta tra associazioni cattoliche nel mondo del lavoro - ma anche in altri campi - sarebbe una ricchezza da sfruttare e non un problema da sterilizzare.
E’ utopico? Forse sì, ma così francamente non si può continuare!

mercoledì 21 marzo 2012

Briganti o pastori!?

No, non è per niente facile per un cattolico ecclesialmente impegnato vivere una dimensione propriamente politica o anche solamente sfiorarne le dinamiche concrete.
In effetti, come ebbe a dire don Tonino Bello, quella del politico "oggi è davvero una vita scomoda"!
Anzi una vita "crocifissa", soprattutto per chi (penso, ce ne siano!) si sforza di vivere questa scelta come "arte nobile e difficile" (GS n°86) e come "maniera esigente di vivere l'impegno cristiano a servizio degli altri" (Paolo VI)!
Scetticismo, cortigianeria, sufficienza altezzosa, isolamento, prese di distanza strumentali, critiche sorde, ironie anche perfide, riserve mentali: il tessuto ecclesiali offre anche questo al cattolico impegnato che scelga di fare il salto e di impicciarsi di politica oggi.
Pacche sulle spalle? Incoraggiamenti? Parole di speranza? Poche!
Sostegno? Stima? La prima, paternalistica ed interessata, preoccupazione è spesso di evitare strumentalizzazioni.
Attenzione alla scelta personale e vocazionale del credente? Accompagnamento spirituale? Raro!
Importante è che l'istituzione di tutti non sia "sporcata" dall'impegno di parte di chi, fino al giorno prima (che so?!) organizzava le veglie in parrocchia o seguiva i gruppi dei giovani! Perché è lapalissiano che se, ad esempio, sei consigliere comunale, poi non puoi più svolgere un servizio ecclesiale (catechista, educatore,animatore, componente del consiglio pastorale ecc..), anche se lo svolgi in maniera egregia. Lo richiede la prudenza, lo impone un mondo che facilmente equivoca!
Insomma il salto in politica del credente impegnato deve essere il più possibile indolore per l'istituzione che deve restare di tutti! E’ una scelta personale che non deve minimamente toccare o coinvolgere la comunità ecclesiale.
Qui sta il punto!
A forza di invocare questa “nuova generazione di cattolici”, di criticare l’attuale offerta politica esacerbata dal conflitto e attendere messianiche “scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico”, abbiamo forse dimenticato che, fino a prova contraria, la politica si fa nei partiti che ci sono e che le scelte politiche vengono prese da chi ha più voti,organizzandosi in soggetti collettivi, i partiti, che non nascono dall’oggi al domani.
Non si tratta di rimpiangere vetusti collateralismi, ma di prendere atto  della schizofrenia di un contesto ecclesiale che spinge all’impegno politico i credenti ma poi li lascia in balia di un mondo “diverso ed alternativo” che non conoscono, segnato da logiche ben diverse da quelle che hanno appreso nel corso della propria formazione . Tanti tentennano nell'impegno, e a ragione!
Qui ci sforziamo di vivere il senso della comunione ecclesiale e della carità, spesso sterilizzando anche eccessivamente la differenza di posizioni e sensibilità, lì sbattiamo contro il conflitto aspro non solo tra partiti ma soprattutto all'interno della parte in cui si sceglie di militare; qui la logica dell'ultimo posto, lì la logica della affermazione di sè; qui la logica della croce, lì la logica del successo.
Tuttavia nulla di tutto quello che si trova lì, nella logica politica, deve stupirci: la conflittualità è connaturale alla politica; l’occupazione dei primi posti è una esigenza fondamentale; la tensione al successo un dato strutturale dell’azione stessa. Politica è sì servizio al bene comune, ma anche (in concreto) gestione del potere sulla cosa pubblica ed organizzazione degli interessi per la trasmissione alle istituzioni della “domanda politica” proveniente dalla società. In sostanza chi sceglie di impicciarsi di politica, non può accontentarsi dell’impegno di testimonianza, ma deve puntare al successo, “in uno stretto crinale che separa gli opposti del machiavellismo e del velleitarismo” (G. Campanini), altrimenti la sua sarebbe un’azione impolitica!
Ma non finisce qui!
Infatti il credente, fatto il salto, si trova a dover fare i conti con un mondo di relazioni dal tutto diverse dalle proprie abituali, anche se non del tutto sconosciute visto che certe logiche “politiche” non sono estranee al concreto vissuto ecclesiale.
Ciò non toglie che il mondo politico sia istituzionalmente un mondo “estraneo ed alternativo” a quello ecclesiale, un recinto diverso.
Chi sceglie di fare il salto è allora chiamato a scegliere come entrare in questo nuovo recinto. A questo punto mi lascio aiutare da una pericope evangelica, quella del buon pastore (“chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. [2]Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore”.(Gv, 10 1-2) che sembra proporre una efficace alternativa per chi voglia entrare nel recinto politico: l’impegno da ladro/brigante o da pastore.
 Ladro e brigante è chi non vuole il bene delle pecore (i politici). In fondo al ladro non gli importa un fico secco di queste persone! Già, sapete, anche quegli imbroglioni dei politici di professione sono persone! La supponenza lascia credere al brigante di essere migliore di loro. Vuole solo approfittarne carpendo posizioni e rendite; non passa dalla porta come tutte le pecore, e tende a sfuggire al tirocinio che impone l’arte “nobile e difficile” della politica, forse perché si sente cattolico ( a che serve questa etichetta in politica?) e, perciò stesso, ricco di moralità da spendere come arma “contro” chi ne sia sprovvisto.
Pastore è invece chi vuole il bene delle pecore che trova nel recinto, ne ha persino cura e vi entra in relazione passando dalla porta come entrano tutte; la sua voce non è estranea a chi sta nel recinto perché prima di tutto ha costruito un tessuto di relazioni significative e,perché no, autentiche con queste persone. Non vuole approfittarne, non crede di essere portatore di alcunché che non sia se stesso e la sua esperienza. E’ un moderato nel senso che accetta il conflitto, ma lo limita e circoscrive. E’ convinto che un Figlio di Dio vale più delle idee che rappresenta e, per questo stesso, è disposto a discuterle. Cerca di dare il contributo che può al meglio che può. Non gli serve presentarsi come  “cattolico in politica”, perché per lui parla l’eloquente coerenza del comportamento e delle scelte.
In sostanza: per iniziare un percorso nobile e difficile di apprendistato politico, non basta fare il salto ma occorre anche cura delle relazioni, stima possibilmente reciproca, autenticità con questo mondo diverso ed alternativo. Ricordava Mazzolari che occorre essere uomini reali e non comparse! Saggiamente il magistero paragona la politica ad un’arte! Un’arte che non si impara nelle scuole ma sul campo stesso della politica, tra fallimenti, rischi, fraintesi e, perché no, successi.
Per preparare i credenti a questo iato negli anni sono state organizzate nelle diocesi d'Italia varie "scuole di formazione politica",non ultima quella grande scuola di formazione politica che è stata l’ultima settimana sociale dei cattolici italiani che ha addirittura stilato un’agenda di priorità.
            Beh... mi permetto di aggiungere che oltre alle agende di cose da fare, ai programmi ed alle discussioni politiche (molto interessante il dibattito sull’ultimo libro di Diotallevi!), occorrerebbe oggi alla Chiesa italiana una maggiore attenzione alla spiritualità della politica per affrontare questa contrapposizione di logiche delineata con la dovuta maturità, sia nell’ottica individuale di ciascun credente che decida di rischiare in questo campo, sia nell’ottica comunitaria delle nostre comunità che attualmente non paiono pienamente pronte ad accogliere e, perché no, sostenere chi scelga di affrontare questa esigente, difficile e nobile strada.

giovedì 16 febbraio 2012

LETTERA APERTA A VITTORIO MESSORI

Caro Vittorio,

ti scrivo da fratello nella fede dalla piccola parrocchia italiana in cui sono da anni impegnato, anche se in fin dei conti ci separa un pò di età e, soprattutto, tanta  e diversa esperienza ecclesiale.
Tuttavia spero in un dialogo fraterno e caritatevole, se riterrai questa lettera aperta degna di risposta e di un po del tuo tempo prezioso.
Ho  letto con estremo interesse il tuo commento apparso sul Corriere della Sera nei giorni scorsi circa le “oscure cronache vaticane”.( http://www.et-et.it/articoli/2012/2012_02_13.html)
Non ho potuto fare a meno di condividere le tue puntuali valutazioni sugli aspetti organizzativi della curia romana e sugli aspetti morali che impongono una riscoperta del valore della fede.
Tuttavia mi ha lasciato pensare, e molto,  la valutazione da te espressa circa il fatto che “non dovrebbe scomporsi  più di tanto il cattolico che non solo conosca la storia della sua Chiesa ma che non sia dimentico degli avvertimenti del Vangelo. Questa Chiesa, cioè, è un campo dove buon grano e velenosa zizzania cresceranno sempre insieme; è una rete gettata a mare e nella quale convivranno sempre pesci buoni e cattivi. Parola di Gesù stesso, che esorta a non scandalizzarsi per questo e a non tentare neppure di dividere il sano dal guasto, riservando a sé questo compito nel giorno del Grande Giudizio”

Mi sono chiesto da credente se poi sia tanto vero che il cattolico formato non debba "scomporsi più di tanto"!

Caro Vittorio io, e penso tanti altri cattolici, vedendo queste “oscure cronache”, mi scompongo, eccome!
Anzi sono proprio fiero di scompormi oltre il limite di fronte ad uno scandalo simile!

Lasciamo stare le interpretazioni del Vangelo secondo cui, tra l’altro, grano e zizzania devono crescere insieme nel campo del mondo non nella Chiesa, e che certamente non merita di essere brandito come arma di discussione.
Sappiamo bene anche che è inutile stracciarsi le vesti di fronte a questo scandalo oscuro. D’altronde in questi casi, più che l’opinione di ciascuno, è importante in fin dei conti l’impegno personale del credente che vive ogni giorno il vangelo sulla propria pelle.
Però qui c’è in gioco tanto di più!
C’è in gioco la vita e la fede di tanti piccoli credenti che ogni giorno nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti affidano a Cristo, anche attraverso la Chiesa ed i suoi ministri, la propria vita.

Non sono d’accordo con questa atarassia un poco forzata, da te auspicata.
Tutto ciò che filtra dalle stanze curiali (regolamenti di conti, lotte di potere tra fazioni, appalti gonfiati, soldi facili ecc.) è francamente intollerabile e ingiustificabile.

Merita provvedimenti severissimi ed esemplari!
Merita un giudizio qui ed oggi da parte di chi ha la responsabilità di esprimerlo nella curia romana, non alla fine dei tempi.
Merita riprovazione e disgusto da parte di tutti i credenti!
Merita parole di fuoco, perchè oggi la parola pubblica nel dibattito ecclesiale è concessa a troppe poche persone ed è utilizzata da troppi per sterilizzare il dirompente messaggio evangelico, rendendo insipido ciò che non è né deve esserlo!

Questo sento di doverti rispettosamente dire.

sabato 7 gennaio 2012

Ho fatto il mio, il resto è di Dio.



In questo nuovo e “critico” anno ci sarà bisogno di tanti uomini forti, giusti, temperanti e prudenti, ma soprattutto pazienti, anzi “martiri della pazienza”, che sappiano sopportare e portare il peso della responsabilità, sentendosi parte del tutto e giocandosi nella speranza.
Uomini che sappiano manovrare all’unisono gli ingranaggi nella storia, senza pensare di risolvere in un solo colpo le situazioni o di fare chissà che cosa per uscire dalla crisi. In effetti questa è la nostra grande prova, oggi. 



Infatti siamo sempre tentati nel presumere che dalla crisi si esca grazie ad uomini "chiave", che abbiano ruoli risolutivi. Un po’ come sta capitando al povero governo Monti dal quale tutti sembrano aspettarsi chissà cosa! Sappiamo però che così non è! L'unico ruolo chiave nella storia, per chi crede, è di Dio. Il guaio è che a volte questi ruoli "chiave" vengono affidati ad alcuni da persone pazze (quelli che vengono considerati i potenti della terra), che non solo pensano che questi ruoli esistano, ma addirittura presumono di poterli distribuire. 
Si cade così in quelle che sono le vere criticità di questa epoca di crisi: l’efficientismo smodato che impone a tutti di essere efficienti per essere inutilmente efficaci; il decisionismo sterile secondo il quale basterebbe la semplice decisione dei più e/o dei pochi “scelti” a cambiare il corso di eventi molto complessi oppure, addirittura, le menti e i cuori di tutti; il conformismo mediocre di chi, sentendosi scelto, ha paura della propria indipendenza di giudizio e si adopera per soddisfare i superiori, credendo così di servire grandi progetti, mentre in realtà serve semplici uomini.
In fondo oggi è troppo comune pensare che la storia sia fatta da tanti piccoli uomini-colonna, i cosiddetti leader, che, scelti dal popolo e/o pre-scelti dai pochi, con il loro impegno sorreggono i destini del mondo e delle nazioni, un poco come le colonne posticce della Santa Chiesa, smascherate nella grotta deserta da Carlo Carretto. 
Il passo è semplice: da ingranaggi in movimento nella storia, da rotelline si diventa colonne! Alla fine puntuale arriva il ragionamento: se non mi impegno “io”, il mondo o quella situazione va a rotoli. Ci voglio “io” oppure (con umiltà...) “anche io”, per risolvere questa situazione, per uscire da questa crisi. 
Invece così non è, perché impegnarsi è importante, come ci ha ben ricordato Hessel nel suo libricino, però non è risolutivo. Si rischia sempre di trovarsi all’inizio come tanti gabbiani Jonathan pronti a spiccare il volo e alla fine come i tristi e miseri gabbiani "ipotetici” di Gaber, “senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito”.






Mi spiego meglio, aiutandomi con una figura di un vero “martire della pazienza”, Alcide De Gasperi.
De Gasperi era una persona di umili origini ma anche molto orgogliosa. Da giovane nel 1904 ebbe modo di scrivere al fratello Mario: “L’Orgoglio è anche il mio castigo!” Incontrò una persona che vide in lui doti non comuni, avendo poi anche il coraggio di valorizzarlo: il vescovo di Trento, Endrici, suo grande elettore in un sistema elettorale ancora censuario.

Il giovane De Gasperi, grazie alle sue doti ed alla possibilità offertagli, divenne così una colonna del cattolicesimo politico nel parlamento austro-ungarico. Si impegnò con vera passione nella stagione che vide la nascita dei partiti di massa. Fece carriera. Fece risultati. Divenne segretario del partito popolare italiano.
Tuttavia di fronte al fascismo, di fronte ad un re ormai deciso verso il totalitarismo, questa orgogliosa colonna scoprì il suo essere solo una rotellina e fallì. Subì l'onta dello scioglimento del suo partito. Rimase senza sostentamento economico. Subì il carcere, la malattia. Lui, orgoglioso, fu costretto a mendicare qualche aiuto per sé e la sua famiglia. Con l’aiuto di qualche amico compassionevole, venne relegato in una biblioteca, tuttavia continuava ad essere isolato dai potenti, artefici del concordato.
Eppure da quel fallimento, da quella crisi, da quel ventennio di amarezza, nacque il grande statista che alla conferenza di Parigi del 1946 prese la parola sentendo: "che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me".

Nel 1943 era ancora pronto ad impegnarsi e a spiccare il volo, questa volta non da colonna ma da rotella. Ancora oggi non sappiamo se poi "Le idee ricostruttive della democrazia cristiana" siano state scritte proprio da lui! Sappiamo però che De Gasperi, appena la storia gliene ri-diede possibilità si fece trovare pronto con immutata passione e si mise al servizio di un processo politico, coinvolse i giovani di Camaldoli, riuscì a condurli “alla stanga”, sopportò critiche anche ingiuste da persone appassionate, intelligenti ed acute, insomma guidò un processo politico: nacque l’irripetibile esperienza della Democrazia Cristiana. In un decennio l'Italia si risollevò dalla crisi.

Si dice che De Gasperi andasse in giro con "L'Imitazione di Cristo" nella giacca. Francamente spero che un giorno lo facciano santo. Forse forzo un poco, però mi piace pensare che una persona così avesse questo motto: "Ho fatto il mio, il resto è di Dio".
Un buon motto per iniziare con pazienza questo nuovo anno. Buon 2012 di amore paziente a tutti!

martedì 13 dicembre 2011

Cinquatanni fa...il Concilio!


Il prossimo Natale, mentre metteremo il bambinello nei nostri presepi, cadrà anche il cinquantesimo anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II.
L'occasione torna utile per una breve riflessione "conciliare"!
In effetti ancora oggi dopo tanti anni il Concilio fa discutere, a volte anche animatamente, dotti e sapienti tra opposte ermeneutiche e letture.
Per tanti il Concilio può apparire come un richiamo stereotipato, un evento lontano, il frutto di una determinata e circoscritta temperie culturale. Per alcuni può diventare un evento da annacquare e de-pontenziare nella sua portata profetica nel nome della continuità della Tradizione. Per altri ancora può ridursi ad un evento da esaltare in vista di altri concili e di nuovi aggiornamenti.
Beh io, classe '75, sono un figlio del post-concilio e la Chiesa pre-conciliare non posso affatto ricordarla, e forse solo per questo dato "anagrafico" sono immune/disinteressato a queste letture. Mi sforzo con semplcità e gratitudine di vivere la mia Chiesa nell'oggi, ed è bene così!
In fondo è confortante sapere che la Chiesa è bella così com'è, con pregi e difetti, grano e zizzania, perché il Maestro l'ha voluta proprio così, riservandosi alla fine il giudizio sugli uomini che l'hanno vissuta e interpretata, e questo al di là di concili ed ermeneutiche! Magari, dopo tutto questo discutere e discettare, un giorno ci troveremo sommersi dalle risa di Dio che ci misurerà sulla larghezza del cuore e non sulla sapienza dei ragionamenti o sulla conoscenza dei documenti.
Per questo sono convinto che il Concilio e i suoi documenti sono ancora vivi e vivificanti solo nella misura in cui riescano ad interpellare ancora oggi i non esperti, i non addetti ai lavori, insomma i cattolici "normali", quelli che bazzicano più o meno regolarmente le nostre chiese e sono a digiuno di teologia ed ecclesialese. Cosa che a me è capitata di recente.
Vado al sodo
Nelle scorse settimana, insieme ad alcuni amici, mi sono imbattuto in un passo della Gaudium ed Spes. Lo riporto: "Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli" (GS n°9)
Con questi amici, per la verità tutti sessantenni e quindi ai tempi del Concilio giovanissimi quindicenni/ventenni, ne è nata una interessante e a tratti sorprendente discussione sul solco dei ricordi personali e delle grandi aspettative della storia.
Beh...  pongo anche qui, alcune delle domande che spontaneamente ci siamo posti insieme a loro, sperando di sollecitare ulteriori riflessioni.
Quale miglior modo per celebrare degnamente quest'anniversario conciliare in questo tempo di Avvento!?
Ecco le domande:
A cinquant'anni dal Concilio il mondo quale strada ha preso?
Ha scelto la schiavitù o la libertà?
Il progresso o il regresso?
La fraternità o l'odio?
Il mondo, l'uomo è rimasto allo stesso punto di allora?
Sono grandi domande ma cercare di rispondere potrebbe risultare un buon esercizio per leggere i segni dei tempi e disporsi nella speranza e nella gioia a quel "martirio della pazienza" a cui faceva riferimento, in un recente libro intervista, Loris Capovilla, il segretario di papa Giovanni XXIII.
D'altra parte la lettera di San Paolo che abbiamo letto nelle nostre assemblee durante la scorsa domenica d'avvento sembrava proprio un ottimo spunto per riflettere sul concilio celebrando quest'anniversario: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono" (1 Ts 5, 19-21).
Buon cammino di avvento "conciliare".

lunedì 10 ottobre 2011

I cattolici di Todi

Francamente penso che a Todi, nell'imminente incontro promosso dal Forum del mondo del Lavoro, non accadrà nulla di politicamente eclatante!!!
Vista la caratura dei relatori si tratterà certamente di un momento alto di riflessione, ma sarà comunque la semplice tappa di un cammino comune dell'associazionismo cattolico centrato su disponibilità e reciproco ascolto.
Tuttavia i frutti di questo camminare non saranno nè di destra, nè di sinistra: men che meno un partito cattolico conservatore e moderato, come molti invocano.
Disse bene don Luigi Sturzo: un partito cattolico è una contraddizione di termini.
Un partito è parte, cattolico è invece universale. Può esistere una parte universale!?
Neanche la Dc fu partito cattolico, nemmeno il Partito Popolare. Voler schierare i cattolici in quanto tali a destra o a sinistra mi pare pertanto riduttivo della ricchezza e complessità del mondo cattolico radunato a Todi!
Il punto forse è un altro:  il consenso politico non è roba da “preti”, ma una specifica vocazione dei laici chiamati ad operare nel mondo. Ce lo ha insegnato il Concilio!
Per questo, al di là delle investiture più o meno esplicite dei vescovi, occorrerà capire se i laici che si spenderanno con il proprio nome e la propria faccia in questo “soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica” che nascerà a Todi, sapranno essere laici credibili e capaci di generare risposte autentiche ai bisogni del Paese.
In effetti la riunione di cento o duecento persone rappresentative dell'associazionismo cattolico è un fatto importante, ma politicamente non è dirimente.
Infatti, è bene ricordarlo a tutti, il consenso nelle urne lo danno gli elettori e non le gerarchie nè i rappresentanti delle associazioni riunite a Todi.
Anzi, in generale, il consenso più o meno esplicito delle gerarchie e/o dei rappresentanti dell'associazionismo non porta voti in più ad una qualsiasi proposta politica, mentre il dissenso di questi soggetti ha l’effetto sicuro ed opposto di togliere quel poco o tanto consenso che si crede di avere.
Conclusione:in Italia i cattolici è meglio averli per amici e non per nemici nell’agone elettorale, ma poi i voti sono il frutto della credibilità del progetto politico proposto e delle persone che lo incarnano.
Allora la domanda da porre non è dove si schiereranno i cattolici (destra,sinistra, centro,sopra,sotto?), nè se qualche vescovo pur autorevole persegua questa o quella strategia. 
La vera domanda a cui rispondere è un'altra: i cattolici di Todi sapranno leggere e intepretare il momento attuale del Paese e trovare delle risposte alla crisi che siano in futuro politicamente convincenti e spendibili? L'Italia, gli italiani si sentiranno letti, intepretati e raccontati dai cattolici di Todi?
Personalmente penso che su questo i cattolici italiani abbiano tanto da dire.
a presto






mercoledì 28 settembre 2011

Al di là dei pulpiti

Insomma! Pare proprio che i tempi siano maturi per "la nuova generazione di cattolici in politica"!
Da cattolico impegnato, oserei dire militante, e soprattutto appassionato al bene comune mi sento molto provocato da quest’appello. Ma queste sono buone intenzioni e sogni di uno dei tanti laici impegnati in una delle tante realtà ecclesiali italiane.
Infatti, come ebbe efficacemente a dire Romano Guardini, "davanti alla realtà non è bene fare come se essa non esistesse, perche essa si vendica".
Non c’è dubbio che la realtà dei partiti personali, con i quali "qui ed ora" la nuova generazione dovrà fare i conti, sia un contesto che esclude, chiude le porte, sopisce entusiasmi, relegando il valore della partecipazione democratica ad una pia intenzione intellettuale. Oggi conta il leader, mica il gruppo! Contano gli slogan, mica i ragionamenti articolati e complessi!
D'altra parte non può sfuggire come molti, dentro e fuori il contesto ecclesiale, tendano a ridurre questa nuova generazione ad un reggimento di soldatini etorodiretti, “ausiliari della Chiesa”.
Tuttavia se questa è la triste realtà che attende al varco la nuova generazione per consumare la propria vendetta, occorre ribadire la necessità per i cattolici di proiettarsi verso un "non ancora" che oggi non c'è ma che deve costituire l'orizzonte di una speranza praticabile nell’agire politico.
Qui sta il punto della nuova generazione tanto invocata: questa nuova generazione saprà essere fatta di uomini di speranza? Cosa significa oggi essere uomini di speranza in politica?
Ancora una volta mi lascio aiutare da Guardini e dal suo breve breviario spirituale che conclude il breve saggio sul “Potere”: "Agire con fiducia in libertà di spirito, al di là degli impedimenti interiori ed esteriori, al di sopra dell'egoismo, dell'ignavia, del rispetto umano, della viltà. Non qualcosa di programmatico, ma ciò che di volta in volta è giusto qui ed ora: Affermare una verità quando è il momento di farlo, anche se provoca contraddizione e risa...Assumere una responsabilità quando la coscienza dice che è doveroso farlo"
Si tratta di un piccolo programma di vita che forse nulla ha a che fare con programmi politici, strategie di posizionamento, partiti, forum o risposte concrete per l’oggi. Forse pare anche ad una distanza siderale dalla necessità di coniugare “etica sociale ed etica della vita”, invocata dai vescovi. Insomma è proprio un altro pianeta!
Tuttavia è un programma di vita che potrebbe essere utile nel temprare la nuova generazione di cattolici tanto invocata. Infatti uomini animati da una siffatta tempra morale/spirituale potrebbero sfuggire a quella che è la forte tentazione che in questi giorni attraversa il cattolicesimo italiano: il pulpito!
Quanti pulpiti in questi giorni si ergono nel pubblico dibattito a rivendicare una giusta diversità dei cattolici e a condannare l’attuale classe politica! Ciò è più che naturale! Ormai pare che si sia raschiato il fondo del barile della credibilità
Tuttavia simili giudizi sono francamente generalizzanti e coinvolgono persone, storie, contesti e (perché no!?) i sentimenti di chi in buona fede fino ad oggi “ha tirato la carretta”!
E’ troppo chiedere alla nuova generazione che verrà di essere umile viandante,compagno di strada che indica una via da seguire insieme dalla crisi della politica, come il viandante di Emmaus!?
Quale la direzione da indicare? Non mi sento all’altezza di dare una risposta, ma alcuni spunti da dibattere si!
Infatti la nuova generazione di cattolici non dovrebbe cercare leader o “federatori” ma farsi portatrice di una reale e concreta istanza di rinnovamento della politica fondata sul valore della partecipazione alla costruzione del bene comune; non dovrebbe accontentarsi di slogan, ma cercare la complessità dei ragionamenti perché complessa è la realtà da affrontare; non dovrebbe “pre-occuparsi” dell’efficacia del risultato delle propria azione politica, ma impegnarsi prima di tutto ad essere testimone credibile e autorevole di ciò che indica e predica; non dovrebbe ambire ai pulpiti, ma a stare in mezzo alla gente tra piazze e campanili. Insomma una nuova generazione che parte dal basso e dalla quotidianità!
Infine, come ci ricordava Guardini, dovrebbe “agire con fiducia in libertà di spirito al di là degli impedimenti interiori ed esteriori, al di sopra dell'egoismo, dell'ignavia, del rispetto umano, della viltà.
Sono solo semplici spunti che offro alla riflessione di tutti senza chiedere null’altro che un po’ della vostra attenzione che al termine di queste righe mi avrete prestato. Cordialmente!







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